“Dialetti emiliani e dialetti toscani”, l’intervista a Daniele Vitali

Daniele Vitali lavora come traduttore a Bruxelles, ma per chi si occupa di linguistica italiana è soprattutto noto come dialettologo. Il suo lavoro si contraddistingue per la completezza e l’acribia nelle ricerche condotte sul campo: con l’intenzione di studiare e, soprattutto, registrare i dialetti della sua regione, Vitali si è spinto in ogni angolo della sua Emilia-Romagna. La casa editrice Pendragon ha pubblicato l’anno scorso un imponente volume che raccoglie un’ulteriore impresa (è il caso di esprimersi così) realizzata da Vitali: lo studio dei dialetti che percorrono il confine appenninico della sua regione, nonché dei più generali sistemi linguistici a cui appartengono. Il titolo completo, esplicativo, del volume è “Dialetti emiliani e dialetti toscani. Le interazioni linguistiche fra Emilia-Romagna e Toscana. E con Liguria, Lunigiana e Umbria”.

Il metodo di Vitali consiste, come accennato, nell’indagine sul campo, ossia nella registrazione di quelle parlate di cui, in moltissimi casi, solo le generazioni più anziane sono ancora custodi. In questo, il suo lavoro si è ispirato al grande studioso Gerhard Rohlfs, dialettologo e autore della nota“Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti” (un libro peraltro recentemente ripubblicato dal “Mulino”). Un lavoro che si fa ancora più complesso non solo a causa delle restrizioni imposte dalla pandemia, ma anche perché i madrelingua dialettofoni sono sempre meno, mentre le parlate locali, col passare del tempo, scompaiono o si italianizzano.

Al metodo di Rohlfs, Vitali aggiunge poi i risultati della scuola del linguista Luciano Canepari; la trascrizione fonetica unitaria di tutto il materiale raccolto è sicuramente uno dei grandi pregi della sua opera. Proprio Luciano Canepari è, del resto, colui che a questo come ad altri lavori di Vitali ha prestato la sua autorevole consulenza fonetica. Da non dimenticare, nel primo volume, il contributo del linguista e dialettologo Luciano Giannelli, uno dei maggiori studiosi di dialetti toscani, che ne ha curato la prefazione.

Come nasce questo volume, inquadrandolo nel suo percorso di ricerca?

I miei studi cominciano col bolognese, il dialetto della mia città, che mi interessava imparare. Scrissi insieme a dei parlanti madrelingua, in particolare Luigi Lepri, due vocabolari e una grammatica a cui seguirono altri studi. Poi, cominciai a realizzare delle registrazioni vere e proprie, creando un archivio di tutti i dialetti emiliani e delle zone circostanti. Insieme a Davide Pioggia, realizzai poi alcuni studi sui dialetti romagnoli (fra cui il libro “Dialetti Romagnoli. Pronuncia, ortografia, origine storica, cenni di morfosintassi e lessico. Confronti coi dialetti circostanti”), proseguendo in seguito la mia ricerca sul confine tra Emilia e Toscana. Ecco, i risultati degli ultimi e molti anni di ricerca sono confluiti in quest’ultimo libro.

Qual è, a grandi linee, il suo metodo?

Prima di procedere nelle ricerche sul campo mi sono sempre posto una domanda molto chiara: che cos’è che permette di dire che un dialetto è emiliano, un altro lombardo, uno veneto e così via? Ho stabilito allora dei criteri:sempre a partire da una ricerca sul campo, ho cominciato a studiare il dialetto dei centri regionali, ossia dei centri più rappresentativi del sistema, quelli sui quali non si può dubitare della loro appartenenza; nel caso dell’Emilia, dunque, ho cominciato a studiare il dialetto bolognese, nel caso della Lombardia, quello di Milano, e così via. Solo in base alla vicinanza o alla lontananza linguistica con questi centri regionali, ritengo sia possibile determinare una classificazione credibile.

Faccio un esempio. In un capitolo del secondo volume di “Dialetti emiliani e dialetti toscani”, parlo dei dialetti emiliani di pianura da Bologna a Piacenza. Bene, analizzandoli si vede chiaramente che c’è un digradare continuo, un cosiddetto continuum, fino a Piacenza. Ciò ha permesso di constatare che Reggio e Modena fanno ancora parte del sistema emiliano centrale; poi a Parma il dialetto, pur restando emiliano, cambia in parte il suo sistema; infine, si arriva a Piacenza, dove il dialetto che si trova è ancora emiliano, anche se decisamente lombardeggiante. Questo metodo mi ha permesso di arrivare a una conclusione che sfata un mito invalso in molti studi dialettologici: il punto di passaggio che ho individuato tra il sistema emiliano e quello lombardo non è la zona di Pavia, bensì quella di Piacenza.

Come si articola il suo ultimo libro?

Nel primo volume vengono descritti i dialetti toscani, che secondo alcuni non si distinguono davvero dall’italiano per la loro assoluta vicinanza, ma che in questo contesto chiameremo così. Ci sono dunque i dialetti di Firenze, Siena, Prato, Pistoia e le rispettive montagne; nel secondo capitolo, ci sono i dialetti di Lucca, della Garfagnana e della Versilia; nel terzo, quelli di Arezzo, dell’Umbria e della cosiddetta “Romagna toscana”. Nel secondo volume ci sono i dialetti emiliani. Nel primo capitolo di questo volume, come dicevo, riporto quelli della via Emilia da Bologna a Piacenza, escludendo quelli della Romagna e di Ferrara, ma solo perché ne avevo già parlato in precedenti lavori; nel secondo capitolo, mi occupo delle parlate dell’alta montagna bolognese; nel terzo di quelle dell’alta montagna di Modena e Reggio e, in parte, dell’alta montagna di Parma. Nel terzo volume, comincio con la descrizione del dialetto genovese a cui è dedicato il primo capitolo; nei seguenti, mostro come in una parte occidentale della montagna di Parma e di Piacenza i dialetti possano essere considerati liguri (o ligureggianti), benché non siano del tutto allineati con il genovese.

Sempre nel terzo volume, c’è poi un capitolo dedicato alla Lunigiana, una zona di difficile attribuzione linguistica, e che io tratterei come un gruppo a sé. La Lunigiana, infatti, è un caso particolare: non ha avuto un centro regionale, che è mancato a partire dal Duecento, quando l’antica capitale Luni è diventata una rovina; tuttavia, il tempo era stato sufficiente perché si formasse un modello linguistico lunigianese, poi dissoltosi in vari tronconi per la mancanza di un’unità politica e una capitale unificante. L’ultimo capitolo tratta delle isole linguistiche dovute a trasferimenti di popolazione: dalla montagna reggiana e modenese in Toscana (in particolare, le colonie in provincia di Lucca fondate dai montanari emiliani), e anche il fenomeno contrario; questi movimenti di popolazione hanno dato origine ad alcuni dialetti semi scomparsi, ma documentati.

Il quarto volume tira le conclusioni, ma non prima di avere dato conto di alcuni fenomeni vistosi: ad esempio, nel Sud Italia la doppia elle latina che ha dato origine a un suono di tipo d, come in siciliano cavallo -> cavaddu e stella -> stidda, ma la cosa è avvenuta anche in zone marginali della Toscana, come l’alta Garfagnana e la zona di Massa e Carrara. Questi e altri fenomeni erano stati spiegati ricorrendo alla teoria del sostrato, e dunque ricondotti alle lingue dei popoli preromani; in particolare, fu avanzata la bizzarra ipotesi che l’esito in d della doppia elle latina nella Lunigiana meridionale e in Garfagnana fosse da ricondurre al fatto che in quei luoghi si sarebbe trovato lo stesso popolo presente in Sicilia. Del resto, miti di questo tipo non sono certo inusuali: secondo alcuni, infatti, il passaggio di a ad e nelle parlate emiliane (italiano, andare; bolognese, andèr) andrebbe ricondotto al popolamento preromano celtico. Ecco, sono idee abbandonate a livello accademico, ma che restano popolari a livello di studiosi locali e di comune sentire.

In realtà, si tratta di un’evoluzione storica e non, come vorrebbe la teoria del sostrato, di una reazione quasi chimica tra uno strato, il latino, e il sostrato, le lingue delle popolazioni preromane. Ben più esplicativa è, ad esempio, la teoria sociolinguistica del prestigio, che vede i parlanti di un idioma subordinato adottare le novità di una lingua o dialetto più prestigioso, perché parlato in una capitale o dalle classi dominanti. Nell’ultima parte del libro affronto poi una delle idee consolidate dalla glottologia: l’idea che la linea di demarcazione linguistica che va da Carrara a Senigallia (ma che lungo la costa si sfarina: Carrara o Massa? Pesaro, Senigallia o Ancona?), quella che pressappoco segue la linea geografica e amministrativa fra Emilia-Romagna e Toscana lungo la cresta degli Appennini, sia il confine linguistico più importante all’interno del mondo romanzo.

A fronte del suo studio, che idea si è fatto di questa importante linea?

Ci sono due modi di considerare la linea sulla base dell’importanza che le si assegna. Da un lato, c’è chi crede che separi le parlare iberico-romanze (portoghese, spagnolo e catalano) e gallo-romanze (francese, occitano e i dialetti del nord Italia), dalle lingue romanze orientali (parlate italiche del centro-sud e il romeno). Dall’altro, c’è chi crede che sia una linea di demarcazione, ma tutta all’interno delle parlate italo-romanze (dialetti del nord, del centro e del sud Italia) e dei suoi sistemi più prossimi, come il romancio, il ladino, il friulano e il sardo.

Come si esce da questa contraddizione? Cominciamo con il consueto exemplum fictum: se un marziano facesse sosta a Firenze e poi a Bologna e sentisse parlare alcune persone nei rispettivi dialetti, avrebbe l’impressione di trovarsi di fronte a due lingue diverse. Se però camminasse tra Bologna e Firenze e compisse delle interviste per ciascun paese che incontra, riscontrerebbe un continuum linguistico e, sulla cresta, lungo il crinale tra le due regioni, troverebbe delle parlate che sembrano davvero una media aritmetica tra il fiorentino e il bolognese. Qui sta dunque il modo di risolvere la questione: constatando che il continuum romanzo esiste anche in questo caso, a testimonianza del fatto che si tratta di parlate tutte provenienti dal latino e che sono state usate da comunità che si sono sempre parlate tra loro.

Mentre si sviluppavano i vari dialetti, infatti, sono accaduti dei fenomeni di convergenza, di comune sviluppo e di conservazione che hanno consentito alle popolazioni di potersi parlare a vicenda, entro un certo raggio geografico di rapporti consolidati. Certo, se quella faglia forse non distingue due lingue diverse, certamente distingue due macrogruppi, ossia il gruppo dei dialetti settentrionali dal gruppo dei dialetti centrali. E però, quando ci si avvicina al confine ci si riesce a capire. In mancanza dell’italiano, in una tipica situazione preunitaria, un fiorentino e un bolognese dialettofoni tra loro non si sarebbero capiti. Invece, un parlante del dialetto di Lizzano in Belvedere, un paese in provincia di Bologna a ridosso del crinale che funge da confine, avrebbe potuto capire entrambi.

L’interesse di quest’osservazione sta nel potersi applicare anche alla classificazione delle lingue romanze, risolvendo così, grazie a situazioni varie di mediazione tra diversi modelli, i problemi di sistemazione che storicamente hanno fatto discutere circa il catalano, il ladino, il romancio e il friulano, ma anche l’asturiano-leonese, l’aragonese e, appunto, i dialetti dell’Italia settentrionale.

Quali sono i tratti più distintivi dell’una e dell’altra parte del confine?

Uno dei tratti di più vistosa differenza è l’evoluzione delle occlusive sorde postvocaliche latine t, p, c: se tra vocali, nella Toscana dove si parla il fiorentino si assiste al ben noto fenomeno della loro spirantizzazione, la cosiddetta gorgia toscana: la hasa, la haphra, la rotha (ruota), la phathatha; è una tipica caratteristica della Toscana centrale, tutt’oggi in espansione. A livello fonologico, però, il sistema toscano mantiene le occlusive sorde postvocaliche latine: non ne ha fatto dei fonemi diversi, insomma. In quella stessa posizione quei suoni latini, poi arrivati nell’italiano – ad esempio in capra, aprile, amico – nel bolognese, così come nel nord Italia, invece, si sonorizzano: diventano v, d, g, dunque rôda (ruota), chèvra (capra), furmîga (formica); storicamente, è quello che è successo anche in francese (chèvre, avril, ecc…). Da questo punto di vista il sistema dialettale del nord Italia è sì accomunato con quello della Romània occidentale.

Tuttavia, esistono dei fenomeni che differenziano i dialetti del nord Italia da quelli della Romània occidentale. Studiandoli, ad esempio, ci sono tutte le tracce per pensare che il plurale si facesse come in Toscana e in romeno, ossia con l’aggiunta della -i per il plurale maschile e della -e per il plurale femminile. In francese, in spagnolo, e nelle altre lingue romanze occidentali, invece, il plurale ha conservato la -s latina. È accaduto, però, che nei dialetti del nord le vocali per la formazione del plurale si siano prima trasformate in vocali indistinte, nella cosiddetta schwa (come è accaduto anche ai dialetti meridionali), e poi siano cadute del tutto. Alcuni esempi dal bolognese: la dòna (la donna) e, al plurale, äl dòn; al gât (il gatto) e i gât. In alcuni casi, l’esito è stato molto originale: in Romagna si dice e gat, al singolare, ei ghët, al plurale; nella formazione del plurale, cambia dunque la radice del nome; bene, si tratta di un sistema che non si trova né nella Romània occidentale, né nella Romània orientale. Mentre lo troviamo anche nel bolognese: il chiodo e i chiodi, ad esempio, diventano al ciôd ei ciûd. Ovviamente, è stata la -i del plurale maschile a dare questo risultato prima di cadere; resta il fatto che il risultato segna una grossa differenza rispetto all’italiano standard.

Quali sono invece i tratti che si trovano nella fascia di confine?

Se si va nella fascia di crinale, si mantiene la sonorizzazione, ma compaiono anche le vocali finali conservate. Prendiamo il caso del dialetto di Lizzano in Belvedere: ai bolognesi al gât (il gatto) e al låuv (il lupo) corrispondono el gatto e el luvvo; compaiono poi termini come cavra, amigo, fógo, róda; sembra davvero una media aritmetica tra il dialetto bolognese e quello fiorentino o, meglio, quello pistoiese: una lingua che permetteva ai dialettofoni delle due diverse parlate di capirsi. Questi particolari dialetti, che io classifico come “montani alti del bolognese”, si era addirittura ipotizzato che fossero dei dialetti liguri, nel senso che fossero da ricondurre al sostrato dell’antico popolamento ligure. Ma basta sapere com’è fatto il genovese per capire che non c’entrano nulla. Certo, anche il genovese ha la sonorizzazione e la conservazione delle vocali finali; ma basta riprendere i due esempi di prima per rendersi conto che questa idea non regge: i genovesi u gattu e u luvu sono ben diversi dai lizzanesi el gatto e el luvvo.

Dunque nel dialetto di Lizzano in Belvedere sono stati reintrodotti dei tratti delle parlate toscane, nel caso specifico le vocali finali?

In realtà non sappiamo se questi tratti siano stati reintrodotti. Anzi: nel lizzanese, le vocali atone finali dovrebbero essersi semplicemente conservate. Ce lo fanno pensare, ad esempio, le vocali finali dei maschili in -e, che compaiono spesso nel dialetto di Lizzano e sono da ricondurre tipicamente a un’evoluzione spontanea del latino, non a una restituzione. Se invece ci si sposta a Pievepelago, sulla montagna modenese, tutti i maschili finiscono in -o e tutti i femminili in -a: la chjava (la chiave), la nóṡa (la noce), el latto (il latte), el préto (il prete). Il motivo è che, probabilmente, le vocali atone finali si trasformarono prima in schwa, poi caddero e, infine, per farsi capire con la vicina Toscana, vennero reintrodotte; ma lo si fece generalizzando l’uscita in -o per i maschili e in –a per i femminili; procedettero, insomma, per analogia. Ora, perché a Lizzano si conservarono le vocali latine, mentre a Pievepelago no? Il motivo più plausibile è che a Lizzano abbia agito la prossimità con uno dei modelli toscani per eccellenza e solidissimo, quello di Pistoia e Firenze (non lontano c’è Castiglione dei Pepoli). La montagna modenese e reggiana, invece, è più vicina alla Garfagnana, una zona della Toscana dove domina la schwa, e che è influenzata dal modello lunigianese.

Vorrei far notare, sempre per dimostrare quest’idea del contatto linguistico, infine, il caso dei dialetti umbri del nord, di cui mi sono occupato nel volume sui dialetti romagnoli. Prima di parlarne, devo dire che i risultati a cui sono arrivato non sarebbero stati possibili senza uno dei molti pregi del metodo della scuola fonetica di Luciano Canepari: la capacità individuare dei suoni diversi tra loro, che invece altri autori non sono mai riusciti a distinguere.

Bene, a Città di Castello, nel nord dell’Umbria, è diffuso un dialetto centrale, ma con un vocalismo accentato fortemente influenzato dalla Romagna: cäpra, mäle, cäne, parole pronunciate, cioè, palatalizzando la a; oppure si dice drétto, anziché dritto come in perugino, avvicinandosi piuttosto alla pronuncia drètt, come in romagnolo. Pur mantenendo la struttura grammaticale di un dialetto centrale, dunque, il castellano ha reso ambigua la resa delle vocali accentate per delle esigenze di comunicazione non solo con l’Umbria ma anche con la vicina Romagna. Ora, tutti questi fenomeni, pur in mancanza di una precisa e univoca trascrizione fonetica, erano già stati descritti. Tuttavia, lavorando con un collega di Lugnano, una frazione di Città di Castello, abbiamo rilevato delle differenze tra la città e la frazione: delle differenze che si presentavano nella pronuncia effettiva della e aperta e sotto forma di un allungamento di tre vocali in una certa posizione fonetica. Ecco, nonostante altri studiosi se ne fossero già occupati, nessuno finora era riuscito ad accorgersi che, in quel modo, fra Città di Castello e la sua frazione Lugnano cambia il sistema fonologico.

Federico Pani

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