(L’installazione nella Frutteria di Palazzo Te di Mantova)
Un piccolo schermo all’ingresso indica a che punto è arrivata la riproduzione. Conviene aspettare l’inizio del cortometraggio prima di entrare nelle Fruttiere di Palazzo Te, che riaprono proprio in occasione dell’installazione di Isaac Julien “All That Changes You. Metamorphosis” (fino al 31 maggio). Grandi schermi e specchi riproducono sequenze di un film di circa 20 minuti, realizzato dal regista inglese per i 500 anni di Palazzo Te a Mantova. Ad alcuni affreschi del palazzo sono dedicate sequenze del film, che combina ambienti e presenze diversissime: la postmoderna Cosmic House di Charles Jencks a Londra; le foreste del Redwood National and State Park in California; un modello di astronave in vetro, progettata da Richard Found, nelle campagne inglesi; luminescenti animali marini; il padiglione per la Kramlich Collection di media art realizzato dallo studio di architettura svizzero Herzog & de Meuron. Le protagoniste sono le attrici Gwendoline Christie e Sheila Atim, presenze eteree che si aggirano nei diversi ambienti. Compaiono anche riferimenti letterari: un cammeo della filosofa Donna Haraway, che legge brani dal suo Staying with the Trouble; le storie delle due protagoniste, che si rifanno a due romanzi di fantascienza, Memoirs of a Spacewoman (Naomi Mitchison) e Parable of the Sower (Octavia E. Butler).
La successione di immagini, le musiche e la soffice interpretazione delle attrici sanno farsi ipnotiche e il senso complessivo si intuisce: un richiamo alla necessità di pensarci, noi umani, come parte di un tutto, dove l’altruismo e l’ecologia sono i valori cruciali per affrontare le sfide del futuro prossimo. Il cambiamento porta con sé figure cangianti e meravigliose, temibili e angoscianti, e il passare del tempo – benché renda alcune perdite irreparabili – genera sempre qualcosa di nuovo. Si esce però frastornati da tutti questi stimoli visivi, che si rifrangono negli specchi e che costringono a fare i conti con un grande accumulo di simboli, non sempre facili da cogliere. Ci si potrebbe anche lasciare andare alla visione delle immagini; ma le voci delle attrici – in inglese, il che costringe a prestare attenzione ai sottotitoli per non perdere il filo – recitano testi insistenti, sentenziosi e rarefatti. Proprio questo incalzare verbale rende meno fluida la visione d’insieme.
L’opera è prodotta da Palazzo Te in collaborazione con Rosenkranz Foundation, Canyon, Linda Pace Foundation, Jessica Silverman, Jack Weinbaum Family Foundation, Mellon Fund e University of California, Santa Cruz. Il progetto è curato da Lorenzo Giusti.
Il Piccolo di Cremona, 11 aprile 2026