(Foto di RyanMcGuire da Pixabay)
Ragionare di lingue significa sempre ragionare anche sulle persone che le adoperano. Perciò, è doppiamente interessante l’ultimo rapporto Istat sull’“Uso della lingua italiana dei dialetti e delle lingue straniere”.
L’uso esclusivo dell’italiano avanza
Il primo dato interessante è che in un decennio (2014-2024) l’uso esclusivo o prevalente dell’italiano è cresciuto parecchio: dal 40 al 48%. Ciò sorprende perché, nei 20 anni precedenti (grossomodo dagli anni ‘90 al primo decennio del 2000), la quota era rimasta stabile. Si conferma comunque il fatto che l’uso del solo italiano domina soprattutto tra i giovani e giovanissimi: 67,3% tra chi ha tra i 6 e i 24 anni; mentre l’uso esclusivo del dialetto in famiglia ormai riguarda solo il 2,7% per quella fascia d’età. In tal senso – ma anche per spiegare l’accelerazione del fenomeno – possiamo addurre almeno quattro ragioni: 1) l’intenzione dei genitori di facilitare l’apprendimento della lingua (sicché chi cresce in una famiglia coi genitori che parlano tra loro l’italiano lo parlerà nel 96% dei casi); 2) lo scarso prestigio del dialetto, da molti considerato un modo un po’ rozzo di esprimersi; 3) l’azione della scolarizzazione in un’età cruciale per lo sviluppo; 4) la situazione multiculturale nelle scuole, con quote crescenti di studenti di origine straniera.
Il dialetto resta vivo, ma accanto all’italiano
Come se la cava il dialetto? Considerando un arco di tempo più ampio, dal 1988 al 2024, l’uso esclusivo o prevalente del dialetto in famiglia è progressivamente sceso: dal 32 al 6,9%. Anche questo è un dato significativo, giacché la famiglia è il luogo per eccellenza dove si parla il dialetto. L’uso esclusivo della parlata locale è sceso notevolmente anche nel contesto amicale (dal 26,6 all’8%) e con gli estranei (dal 13,9 al 2,6%). Meglio però non affrettarsi a dichiarare il dialetto in via d’estinzione: il suo uso è ancora diffusissimo nelle famiglie, nel 42% dei casi, benché lo si alterni con l’italiano. Questa coabitazione non deve stupire: oltreché nell’istruzione, la lingua nazionale è presente ovunque, dagli uffici pubblici ai luoghi di lavoro, ed è la lingua sia dei media sia della maggioranza delle opere scritte. Gli italiani allora, quando lo conoscono, continuano volentieri a usare il dialetto; ma non possono fare a meno di affiancargli l’indispensabile conoscenza dell’italiano.
Cresce il numero di parlanti madrelingua stranieri
L’arrivo di un numero crescente di stranieri spiega la quota crescente dell’uso di lingue diverse dall’italiano e dai dialetti in ambito familiare: nel periodo 2014-2024 si è passati dal 6,9 al 7,7%. Che dei genitori stranieri decidano di trasmettere la loro lingua ai figli parlandola in casa è un diritto sacrosanto e, infatti, avviene nel 61,5% dei casi. Inoltre, quasi il 40% dei non madrelingua italiani parla soltanto la propria lingua anche con gli amici; e nel 18% dei casi anche con gli estranei. E però, come si legge nel rapporto dell’Istat, questi comportamenti linguistici (in particolare il secondo) “rappresentano un ostacolo rilevante alla piena partecipazione alla vita sociale e culturale nei contesti territoriali in cui vivono”. Tuttavia, a livello aggregato, l’uso di una lingua straniera in tutti gli ambiti della comunicazione riguarda solo l’1,5% della popolazione. Anche questo dato non va sottovalutato: dal 2006 al 2024 il numero di madrelingua stranieri è passato dal 4,1 al 10,7%; nonostante ciò, in moltissimi casi l’italiano diventa poi una lingua usata sia con gli estranei sia con gli amici. Insomma, almeno in parte l’integrazione linguistica funziona.
Differenze sociali e territoriali
Torniamo ora al rapporto tra l’italiano e i dialetti. Il modo di parlare degli italiani cambia notevolmente in base al livello di studio, alla condizione sociale e alla zona geografica. In famiglia il 20% di chi ha una licenza media o un titolo inferiore parla solo dialetto; la quota scende al 2,7% nel caso dei laureati. Inoltre, l’italiano come sola lingua parlata a casa è molto più frequente tra chi è dirigente, imprenditore e libero professionista (67,9%), piuttosto che tra chi è operaio (43%). Un’altra prevedibile frattura riguarda il Nord e il Sud: nel Nord e nel Centro in famiglia prevale l’italiano esclusivo, che cede però il passo a una combinazione col dialetto in Veneto, nella provincia di Trento e nelle Marche; va detto che la Toscana e il Lazio fanno caso a parte, data la vicinanza tra le parlate locali e l’italiano. Nel Sud, a casa, prevale il dialetto in alternanza con l’italiano, soprattutto in Calabria, Sicilia e Campania. Nondimeno, il ricorso esclusivo all’italiano nel Mezzogiorno è cresciuto molto più rapidamente che altrove: +11,8% in dieci anni.
Il Piccolo di Cremona, 7 febbraio 2026