Quando tra i dialetti padani non c’erano confini

La storia dei dialetti italiani è affascinante e piena di interrogativi. È difficile sapere quale lingua effettivamente parlassero i nostri avi e anche le classificazioni sono ingarbugliate; per dire: quando finisce un dialetto e ne comincia un altro? Da 25 anni il glottologo Daniele Vitali gira in lungo e in largo l’Emilia e le regioni limitrofe, portando con sé un questionario e un registratore, due ferri del mestiere fondamentali del dialettologo. Tra le sue pubblicazioni – frutto di questo indefesso lavoro teorico e sul campo – compaiono ben 4 volumi dedicati alle interazioni dei dialetti emiliani con le parlate di Liguria, Toscana, Umbria e Marche. Di recente, Vitali è tornato in una zona importante per le sue ricerche: l’area di Casalmaggiore (guarda caso, una zona di confine). Già nel 2003, Vitali aveva studiato il dialetto maggiorino e casalasco, intervistando alcuni parlanti; qualche mese fa ha realizzato delle nuove interviste, interpellando alcuni “informatori” dialettofoni: Giacomo Marchetti (Torricella del Pizzo); Paolo Zani (Casalmaggiore); Claudio Chiesa (Vicobellignano); Argia Gorla e Teresina Benazzi (Gussola). I risultati che sono emersi potrebbero riscrivere un pezzo della storia dialettologica del Nord Italia.

Torniamo ora indietro di molti secoli. Come spiega Vitali, “è probabile esistesse un antico modo di parlare della Pianura padana, nel quale (come accade anche oggi in inglese) si distinguevano le vocali lunghe da quelle brevi”. “In Emilia-Romagna – prosegue – il sistema si è evoluto: in bolognese, ad esempio, la “a” lunga accentata in sillaba aperta latina (sillaba dove la vocale era seguita da una sola consonante) ha assunto un suono simile a quella di una “e” aperta. In Romagna, invece, la medesima vocale ha dato come esito dei dittonghi (cioè due vocali, ndr)”. Questo fenomeno si pensa che abbia avuto origine a Ravenna – già capitale imperiale e poi caposaldo bizantino in Italia – per poi diffondersi nel resto della regione. Tuttavia, la diffusione non si era limitata all’Emilia: “Anche a Viadana avevo avuto modo di ascoltare pronunciare la “a” più simile a una “e” (dunque, una palatalizzazione della vocale). Si poteva pensare fosse un’influenza emiliana; sennonché il fenomeno si riscontra anche a Gussola, fatto strano giacché nel mezzo c’è Casalmaggiore, dove questo fenomeno si verifica in modo residuale. L’influenza emiliana, poi, è difficile da dimostrare: a differenza di Casalmaggiore, Gussola non è direttamente collegata all’Emilia”.

Per cercare di far tornare i conti, Vitali propone allora questa ricostruzione: “Credo che quel modo singolare di pronunciare la “a” come “e” aperta fosse probabilmente l’antico modo di parlare di Casalmaggiore, poi arretrato un po’ dovunque. Quel modo, però, non solo ha lasciato alcuni segni nella parlata maggiorina e viadanese: nel dialetto di Gussola è stato conservato in pieno, sicché oggi lo si considera un segno identitario”. Fin qui, siamo rimasti all’ambito locale; arriviamo perciò ora all’intuizione che porta a estendere il raggio dell’analisi ben oltre: “Non ho la pretesa di avere una riposta definitiva – afferma Vitali – ma è possibile fare un’ipotesi. Partiamo da un dato di fatto: l’avanzamento della “a” (pronunciata più similmente a una “e”) è presente anche in altre province lombarde; in particolare in alcune frazioni della Val Chiavenna (Sondrio) e nel Canton Ticino. È un fenomeno in regressione, va detto, ma si collega a un’altra lingua dell’arco alpino, cioè il romancio”. Questo fenomeno non ha lasciato tracce solo nello spazio, bensì anche nel tempo: “Senza scendere troppo nei dettagli, se ne rilevano delle tracce anche in certi testi della letteratura milanese del Seicento”. Ecco allora che proprio il caso di Gussola è un indizio che porta a formulare un’ipotesi riguardante l’intera area emiliano-lombarda: “Potremmo essere davanti a un importante indizio: ossia che anche in Lombardia fosse cominciato questo fenomeno, che si è sviluppato in Emilia e che in Lombardia invece non ha avuto la medesima fortuna”.

Il Piccolo di Cremona, 6 dicembre 2025

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