Recensioni sostenibili, un diario pubblico di letture per lettori di fretta

Quello che segue è un (disordinato, e me ne scuso) diario pubblico di letture. L’unica speranza è di suscitare un senso di gradevolezza (ogni testo, peraltro, toglie al lettore qualche manciata di secondi). Una recensione dovrebbe essere innanzitutto un piacere da leggere e, solo in seconda battuta, un invito a leggere. Uno dei rischi che corre il recensore è suscitare un senso di frustrazione: quando mai troveremo il tempo di leggere tutti quei libri? E invece il suo lavoro dovrebbe servire proprio ad alleviare questo senso di inadeguatezza. Diceva Massimo Troisi: «I’ nun legg’ mai… pecché che ccommincio a lleggere mò, cà so’ ggrande? ‘Ché i libbri so’ mmilioni e mmilioni. Non li raggiungo mai… Pecché i’ so’ uno a lleggere, loro so’ milioni a scrivere». Essendo dunque gli scrittori tantissimi e ben sapendo quanto sia prezioso il tempo, il compito di chi scrive recensioni è esercitare l’arte del riassunto, distillando in poche gocce vasti mari di parole. Non solo: ho il sogno di restituire anche per i libri il piacere che, fin da bambino, ha avuto nel leggere e rileggere le schede dei dizionario del cinema. La maggior parte dei film di cui leggevo? Mai visti, né prima né poi. Ma il Mereghetti del 1998 e alcune altre edizioni (a cui poi, per carità, si è affiancato anche il Morandini), ecco, quelli li ho letti e compulsati non so quante volte.

Quasi tutti i pezzi sono comparsi per la prima volta nella pagina della cultura del «Piccolo di Cremona» (nella rubrica Consigli in libreria); molti sono stati riscritti, in seguito, con un occhio ancora più critico, laddove inizialmente avevo ceduto a qualche reticenza. Anche perché molti di questi libri mi sono stati omaggiati dalle case editrici, che ringrazio. Ritengo i libri di cui ho scritto qui tutti meritevoli di essere letti; quelli che non mi convincevano li ho semplicemente omessi. Un grande grazie alla redazione del «Piccolo»: al mio direttore Vanni Raineri, al già direttore Daniele Tamburini, al mio editore Michele Uggeri e soprattutto a Fabio Varesi, il mio caporedattore della cultura, che ha reso possibili natali della rubrica.

Album di famiglia. Maestri del Novecento ritratti dal vivo, Einaudi – Ernesto Ferrero

Ernesto Ferrero, scomparso nel 2023, ha dato prova di essere un maestro a sua volta, tracciando i contorni – letterari e memoriali – dei grandi scrittori incontrati nel corso della sua carriera professionale “einaudiana”. Il libro è pubblicato naturalmente da Einaudi, dove per anni Ferrero ha ricoperto il ruolo di direttore letterario ed editoriale. Bisognerebbe menzionarli tutti, questi suoi maestri e maestre, ma l’elenco sarebbe troppo lungo; lungo abbastanza da offrire un buon panorama letterario dell’Italia del Novecento. Si può riconoscere a Ferrero di avere maturato alcune delle qualità dei suoi due maestri più cari, Italo Calvino e Primo Levi. È sorprendente, del resto, constatare che gli aggettivi che servirebbero per descrivere questo libro sono quasi sovrapponibili ai capitoli delle Lezioni americane di Calvino (in particolare, Leggerezza ed Esattezza). D’altro canto, la capacità di incarnare le idee nei ritratti delle persone è l’abilità che più lo avvicina al miracolo della prosa di Levi, le cui parole non sono l’evocazione della realtà, bensì la trascrizione sulla pagina del suono che quella realtà produce. Non vi aspettate, però, di trovare ritratti graffianti; al più, un po’ di ironia e soprattutto un senso di nostalgia, in cui la malinconia è riscattata dall’eleganza e nitidezza della prosa di Ferrero.

Alla scoperta della stand-up comedy, Neo Edizioni – Marco Di Pinto e Tiziano La Bella

È un periodo di successo per la stand-up comedy in Italia: il fenomeno ha travalicato i confini della nicchia, diventando popolare soprattutto tra chi ha tra i 20 e i 40 anni. Tutto ciò è accaduto in una manciata d’anni: nel 2009 nasce il collettivo Satiriasi, con l’intenzione di portare la stand-up in Italia; cinque anni dopo, il collettivo entra in contatto col canale Comedy Central; la collaborazione è breve, ma da quel momento la stand-up comincia a imporsi: trasmissioni tv, popolarità sui social, spezzoni e spettacoli su YouTube, ore e ore di podcast. Questo genere di comicità consiste in monologhi che prevedono la rottura della quarta parete; sono assenti gli oggetti di scena, sgabello a parte; non ci sono musiche; il linguaggio è esplicito. Il volume offre ai lettori l’occasione a) di ripercorrerne la storia, soprattutto al di là dell’Oceano, giacché la stand-up nasce, come la si intende oggi, negli USA; b) di imparare i rudimenti del lessico, degli stili e del lavoro dello stand-up comedian. La prima parte è a cura di un organizzatore di eventi di stand-up in Italia, UK e USA, Marco Di Pinto, fondatore di BeComedy UK; la seconda, del comico Tiziano La Bella (vicedirettore di BeComedy). Con uno stile che ricalca quello dei comici sul palco, pieno di battute per fuggire qualsiasi seriosità (ma, viene da chiedersi, era proprio necessario cercare di essere sistematicamente spiritosi?), il volume rende conto, più che della scena italiana, del back-stage – culturale, storico e tecnico – della stand-up. La prefazione è di Giorgio Montanini. Lorenzo Catello ha disegnato i ritratti dei comici a cui sono dedicati i capitoli monografici. Tra gli autori è accreditata anche Elena Fusaroli, traduttrice e sottotitolista per BeComedy.  

Andare per i luoghi dell’editoria, il Mulino – Roberto Cicala

Ci si era riproposti di sceglierne uno soltanto, ma la tentazione è stata troppo forte; nella collana del Mulino «Ritrovare l’Italia» non poteva in effetti mancare una guida storica e geografica all’epica dell’editoria italiana; ne è nato questo volume, realizzato da un esperto del settore. Editori, autori, libri e anche luoghi, come i palazzi storici e le architetture avveniristiche che hanno ospitato e ospitano le case editrici: dalla fiorentina e rinascimentale villa La Loggia, quartier generale del gruppo editoriale Giunti, alla sede Mondadori a Segrate, progettata dall’archistar brasiliano Oscar Niemeyer. Riprendendo l’arte della digressione, Cicala passa altresì in rassegna alcuni luoghi iconici della storia culturale italiana, tra i quali molti caffè: il Florio a Torino, il San Marco a Trieste, il Giubbe Rosse a Firenze, l’Aragno a Roma, ecc.; ma anche altri posti ameni, come il ristorante Al Pappagallo a Bologna, punto di riferimento per la storica redazione del Mulino. Ci sono poi le storie dei marchi editoriali: la F a forma di freccia di Feltrinelli, così come la A e la M sovrapposte dal nome di Arnoldo Mondadori (il fondatore) furono entrambe idee del grafico Bob Noorda. Dopo una partenza torinese con Einaudi – il cui struzzo è il simbolo della cultura che resistette al Fascismo – il libro si sofferma comprensibilmente molto su Milano, dove si concentra gran parte dell’editoria italiana; si prosegue poi lungo tutto lo Stivale sino alla Rubbettino di Soveria Mannelli (Catanzaro) e alla sicilianissima Sellerio (Palermo). Tante e tali sono le curiosità svelate dal libro, che forse già merita una rilettura.

Andare per le piazze d’Italia, il Mulino – Costantino D’Orazio

La collana del Mulino «Ritrovare l’Italia» è un’enciclopedia che si muove tra passato e presente; l’impostazione tematica dei singoli volumi li rende dei viaggi attraverso la Penisola. Non è il caso qui di menzionarli tutti, quanto piuttosto di prenderne uno – scelta difficile – per dare un assaggio della collana. Andare per le piazze d’Italia (le prime due parole sono comuni a tutti i titoli) è a cura dell’affabile storico dell’arte, che è anche volto televisivo e voce radiofonica. Pare proprio di ascoltarne la voce, mentre ci fa visitare alcune delle piazze più iconiche d’Italia: un’occasione per ripercorrerne i significati monumentali, storici e sociali. Già, «perché una piazza non è mai soltanto uno spazio funzionale, ma è un luogo nel quale si sono concentrati aspettative, idee e comportamenti di un’intera cittadinanza; le piazze hanno registrato i cambiamenti delle civiltà e ancora oggi custodiscono alcune fondamentali memorie della nostra identità». La lettura può andare da cima a fondo o procedere per gustose spigolature, magari come propedeutica o accompagnamento alla visita di una delle città che ospitano le piazze. Dallo scavo di D’Orazio emerge l’ermeneutica del testo artistico e architettonico delle piazze. Ne è a suo modo epitome la piazza che fornisce l’immagine di copertina: piazza dell’Anfiteatro a Lucca, la cui forma circolare è una persistenza dall’antico; ma se oggi appare tale è in virtù dell’opera dell’architetto Lorenzo Nottolini, che liberò il centro della piazza dagli edifici sorti nel frattempo, valorizzando la forma ad anello dell’antico monumento romano.

Antinomie. Letteratura, intellettuali, idee, Il Saggiatore – Alfonso Beradinelli

Scrisse Goethe che leggere Kant era come entrare in una stanza piena di luce. L’accostamento a Kant non convincerebbe Alfonso Beradinelli, impermeabile alla retorica; e però il titolo dell’ultima raccolta di saggi (antinomia: sostantivo usato dal filosofo tedesco) è a suo modo kantiano. Ed è proprio una sensazione di luminosità che si prova leggendo le pagine di Beradinelli. Luminosità, qui, significa chiarezza: le frasi si concatenano piane, con economia ipotattica e pochi incisi; le parole sono al servizio di concetti sempre riportabili alla realtà; le esemplificazioni, le riformulazioni e le battute epigrammatiche sono sistematiche e hanno la forza di imprimersi nella mente di chi legge. Insomma: concettualizzazione e densità di significato si esprimono in uno stile con pochi eguali. Berardinelli è un critico letterario, ma anche un moralista in senso tradizionale: usa il ragionamento, il buon senso e il suo personale giudizio per parlare anche di società, costumi, idee, ideologie. Lo fa nella forma del saggio che, come ha notato, è un autentico genere letterario (il più florido, forse, nella seconda metà del Novecento italiano). Leggere Berardinelli è un esercizio tonificante e pare quasi di fare la punta alla propria intelligenza proprio come si tempera una matita.

A proposito di niente e Zero Gravity, La Nave di Teseo – Woody Allen

A proposito di niente è una biografia dove, tra le altre cose, il regista newyorkese si difende dalle accuse di molestie mossegli dall’ex moglie Mia Farrow e dalla di lei figlia, Dylan. Imperdibile nella sua prima parte (le origini nel mito), la seconda parte è imperdonabilmente noiosa: Allen passa in rivista i suoi ultimi film e gli attori con cui ha lavorato, parlandone con zuccherosi toni amorevoli. Nella raccolta di racconti che è Zero Gravity, invece, Allen torna al suo mestiere di comico: la scrittura è densissima; le involontarie goffaggini dei protagonisti si alternano a fantasiose situazioni surreali; soprattutto, si intravvede il mestiere del battutista rodato, che ogni poco infila, come si dice in questi casi, fulminanti chiuse, le cosiddette punch line. Certo, l’umorismo di Allen resta per alcuni molto, forse troppo raffinato, intessuto com’è di colti riferimenti culturali; in fondo, viene facile da pensare, Allen vive in un attico a New York, non certo in un quartiere residenziale o in un borgo montano. Eppure, bisogna dirlo: nonostante gli scarti linguistici e culturali, questo libro riesce nell’intento di strappare non uno ma molti sorrisi. La traduzione è del critico cinematografico Alberto Pezzotta: anche senza aver letto l’originale, pare ottima (con note a piè di pagina che, francamente, paiono inevitabili).

Armi, acciaio e malattie, Einaudi – Jared Diamond

Oltre 200 anni fa gli occidentali arrivarono in Nuova Guinea, portando con sé una gran quantità di beni mai visti prima, che i locali presero a chiamare cargo. «Come mai voi bianchi avete tutto questo cargo e lo portate qui in Nuova Guinea, mentre noi neri ne abbiamo così poco?». Da questa domanda nacque un saggio di storia antropologica fortunatissimo: a sentirsi rivolgere la domanda fu Jared Diamond, l’autore di Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi 13mila anni (Einaudi). In un certo senso, la tesi di Diamond è semplice: circostanze ambientali e geografiche permisero ad alcune popolazioni la domesticazione di piante e animali, cioè la nascita dell’agricoltura e dell’allevamento; ne seguì l’aumento del surplus alimentare, la nascita di società viepiù complesse e lo sviluppo tecnologico. Nel frattempo, le epidemie plasmarono il sistema immunitario delle civiltà più popolose. Tuttavia, tali circostanze non si verificarono ovunque: per colture produttive (e facili da conservare) quali grano, riso, sorgo, ecc servivano territori specifici; mentre le specie animali addomesticabili ai fini dell’allevamento erano poche, appena 14. Ecco perché le grandi civiltà proliferarono in zone con climi e ambienti simili: Mesopotamia, Mediterraneo, Valle dell’Indo, Cina, Messico, Yucatan, ecc. Certo, per ragioni di migrazioni, qualcuno cominciò più tardi degli altri. Così, quando gli europei arrivarono nel Nuovo mondo, rispetto ai nativi avevano le armi da fuoco, le armature d’acciaio e le malattie (responsabili delle stragi peggiori). Per Diamond, dunque, le differenze tra le civiltà umane non si spiegano con la biologia o con la cultura: a motivarle sono invece le condizioni materiali e geografiche di partenza.

Atlante ideologico sentimentale, Gog – Stenio Solinas

Dotto, mondano, curioso; l’unico vero difetto del libro è la mole, che lo rende (oltre 800 pagine) poco maneggevole. Elencare i titoli delle diverse sezioni che suddividono questo atlante, di sole parole, basta appena per rendersi conto della natura di questi articoli (quasi tutti pubblicati per Il Giornale) che nel loro alveo incanalano fatti culturali, storia e politica: Italia, Francia, Donne (fatali), Vite (esemplari) e Orientalismi, esotismi, snobismi. Si susseguono così ritratti di personaggi, ambientazioni ed epoche nelle quali Solinas si muove da flâneur disinvolto, col gusto del name dropping, pur senza quegli ingorghi che complicano fino all’esasperazione. Gli articoli sulla Francia sono quelli con l’ambientazione migliore, fatta di eleganza e snobismo. Da buon giornalista, Solinas ama anche stupire con dei colpi di scena: è il caso del pezzo Quando gli americani inventarono la Côte d’Azur: arriva infatti ad attribuire non solo l’inizio della fortuna della zona ai primi turisti americani; ma rivela anche che, con un fortunatissimo strappo alla regola, fu il musicista afroamericano Cole Porter «a rompere il tabù che vietava l’estate al mare», affittando anche per i mesi più caldi lo Château de la Garoupe a Cap d’Antibes; l’esito di questa della storia, lo vediamo: nelle foto estive delle spiagge contemporanee, dalle Seychelles a Gabicce Mare.

Attraversando l’anno. Natura, stagioni, riti, il Mulino – Duccio Balestracci

Nelle giornate più brevi dell’anno, non è un caso, si avvicendano alcune importanti festività: Ognissanti, il Giorno dei morti, l’Immacolata concezione, Santa Lucia, Natale, Capodanno ed Epifania. Le ragioni eccedono la religione cristiana; come spiegano gli antropologi, la presenza di queste ricorrenze risponde a un bisogno ancestrale: superare la paura dei mesi più freddi e bui. Ciò comportava l’usanza di passare più tempo insieme e l’abitudine di scambiarsi doni, anche simbolici, proprio per rafforzare il senso di comunità. Intorno a queste considerazioni, testimonianze, racconti e leggende ruota il libro dello storico; vi troverete le risposte a molte delle domande più comuni sulle festività: da dove arriva Halloween?, chi fu davvero Santa Lucia?, perché si addobba proprio un albero a Natale? E, sempre restando in tema natalizio, è vera la storia che fu la Coca-Cola a volere che Babbo Natale vestisse di rosso? Piccolo spoiler: no, si tratta di una bufala, come dimostra Balestracci, ricorrendo alle date, giacché l’invenzione della ricetta della Coca-Cola è posteriore all’assestamento dell’iconografia di Santa Claus; la cui procedenza è da ricondurre a un santo nato sulle rive dell’Egeo, le cui spoglie riposano a Bari: già, proprio San Nicola.

La battaglia. Storia di Waterloo, Laterza – Alessandro Barbero

Nemmeno serve citarla nel titolo (compare giusto nel sottotitolo): La battaglia, non certo una battaglia, quella di Waterloo, raccontata da Alessandro Barbero in questo libro edito da Laterza. Fu l’ultimo atto dell’epopea napoleonica, tragica conclusione di un ritorno in patria glorioso e inopinato: battuto nel 1814 dalle potenze alleate ed esiliato all’Elba, nel marzo dell’anno dopo Napoleone sbarcò in Francia e si riprese il potere senza versare una goccia di sangue. Tanto sangue, invece, scorse quel 18 giugno 1815. Eppure, racconta Barbero, la battaglia sul momento sembrò a Napoleone «facile come far colazione»: i prussiani erano già stati battuti e il Duca di Wellington disponeva di forze in numero e qualità inferiori; solo il 35% dei soldati, peraltro, era inglese (i restanti erano perlopiù olandesi e tedeschi). In effetti, Napoleone fu a un passo dal vincere; sennonché, il fango e degli ordini male interpretati permisero ai prussiani, verso sera, di giungere sul campo, a battaglia ancora da decidersi. La Giovane e la Vecchia Guardia fecero il possibile: ma non bastò e, alla notizia della loro ritirata, l’esercito francese si sfaldò. Per Napoleone fu la fine: scampato alla battaglia, si consegnò poco dopo agli inglesi, che lo esiliarono a Sant’Elena. Epica e storiografia si uniscono in questa monografia, che ricorre sistematicamente alle testimonianze dei partecipanti: sono voci che inframmezzano e sostengono, con efficacia, il racconto di Barbero. Restano nel mito la carica dei corazzieri francesi, i quadrati inglesi e quelli della Guardia a coprire la ritirata, la parolaccia di 5 lettere gridata dal maresciallo Cambronne e una frase di Wellington che, insieme ad altre, prova come anche per gli inglesi fu quello uno dei giorni più tremendi delle loro vite: «Be’, grazie a Dio, non so cosa voglia dire perdere una battaglia, ma certo niente può essere più doloroso che vincerne una perdendo così tanti amici».

Breve storia dell’economia. Quante cose della vita spiega l’economia e come entra nella vita quotidiana di tutti noi, Salani Editore – Giorgio Arfaras

Anche in questo volume, pubblicato da Salani Editore, Giorgio Arfaras mostra il suo talento di divulgatore; il medesimo talento che si esprime anche negli interventi sul canale YouTube dell’associazione Liberi Oltre. Dopo un accenno alle correnti del pensiero economico (del passato e del presente), Arfaras suddivide il saggio considerando l’economia da tre punti di vista: sociopolitico, geopolitico e finanziario. La sua bravura sta nel farci superare le asperità della materia con alcune scelte precise nella trattazione. Eccone alcune: 1) far comprendere gli ordini di grandezza, anziché sottoporre soltanto dei dati crudi; 2) inserire lo sviluppo economico nel più generale contesto delle società umane (ad es., più risorse, più tecnologie, più elettrodomestici, più tempo per le donne, più presenza femminile nella società, ecc); 3) dare ritmo alla narrazione saggistica, concatenando il racconto con nessi molto solidi; 4) includere, con ordine, le eventuali complicazioni e obiezioni ai modelli teorici. Si compenetrano così le due anime di Arfaras: già professionista in ambito industriale e finanziario (da Pirelli a Credit Suisse), in tempi più recenti si è dedicato allo studio e alla pubblicistica (dal far parte del comitato scientifico del Centro Einaudi alle sue collaborazioni con Limes e col Foglio). La sua intelligente cultura onnivora ci permette di eliminare il fastidioso rumore di fondo della cronaca, così da concentrarci sugli aspetti cruciali e capire in che direzione vorremmo il mondo andasse.

Breviario mediterraneo, Garzanti – Predrag Matvejević

Garzanti ha messo a disposizione una nuova edizione del celebre libro, pubblicato dallo scrittore croato nel 1987. Si veleggia soprattutto nella storia; si fa scalo nelle diverse tipologie di città portuali e di spiagge, di scogliere e di fari, di foci ed estuari, di navi e marinai, di carte geografiche e rotte, di lingue e di popoli. La prosa di Matvejević delinea più che dei luoghi concreti degli idealtipi, lasciando che la scrittura diventi un insieme fatta di precisione (navigando a vista per evitare gli scogli della pedanteria: spesso interrompe enumerazioni o classificazioni proprio per non arenarsi), di visioni indistinte e di momenti estatici. Erudizione e vaghezza sono il sestante e il timone, le vele e l’equipaggio che conducono la nave della prosa di Matvejević – e, proseguendo nella metafora, col vento decisivo (e a giudizio di chi scrive, discutibile) del tono poetico – nel porto della conclusione del libro.

Brutte, sporche e cattive. Le parolacce della lingua italiana (Carocci) – Pietro Trifone

Le sentiamo, le diciamo e le leggiamo quasi tutti i giorni, pronunciate o scritte, dall’intento giocoso o ingiurioso: sono le parolacce, realtà importante e imbarazzante al tempo stesso di ogni lingua. Accademico della Crusca e professore all’Università di Tor Vergata a Roma, esperto del vernacolo romano – un dialetto che ha dato e continua a dare un contributo lessicale consistente all’italiano, turpiloquio compreso – Trifone mette in campo le sue competenze di filologo e lessicografo per risalire alle origini di alcune delle parole più imbarazzanti della nostra lingua ed esplicitarne gli usi. Dal volumetto, emergono considerazioni come questa: il nostro presente non è contrassegnato da un uso maggiore delle parolacce in assoluto, quanto piuttosto da un uso disinvolto delle volgarità anche in alcuni contesti che richiederebbero (e che tradizionalmente hanno esibito) un linguaggio più controllato, come la stampa, la televisione, il dibattito politico, le situazioni ufficiali e le comunicazioni pubbliche (anche via social network). Del resto, anche grandi autori della nostra lingua hanno fatto ricorso alle parolacce: da quelle famose di Dante nella Commedia a quelle di Giacomo Leopardi nei suoi carteggi privati. Insomma: il contesto risulta cruciale per discernere l’uso di parole che possono avere funzione liberatoria e scherzosa, ma anche offensiva e prevaricatrice.

I Buddenbrook, Mondadori – Thomas Mann (tr. it. di Silvia Bortoli)

L’occasione la potrebbero dare i 150 anni dalla nascita dell’autore, ma la verità è che un classico come “I Buddenbrook” (1901) di Thomas Mann (1875-1955) andrebbe letto prima o poi, presto o tardi (come mi è capitato con l’edizione Mondadori 2025, nella traduzione di Silvia Bortoli). L’originale tedesco porta un sottotitolo: “Declino di una famiglia”. Più che uno “spoiler”, la precisazione costituisce il punto di fuga del racconto e l’ineluttabile esito. Siamo a metà ‘800, in una città del nord della Germania affacciata sul Baltico: è Lubecca, città natale di Mann, mai menzionata nel romanzo, però. Lì si avvicendano quattro generazioni di Buddenbrook, commercianti di granaglie: sono la quintessenza della borghesia, attentissimi al buon nome della famiglia. Su di loro incombe la vocazione, molto protestante, al lavoro e al mantenimento dello status. Nonostante ciò, le avversità li porteranno alla consunzione della stirpe. Tra le molte cose che si potrebbero dire, stupisce la maestria naturalistica di Mann nel descrivere atmosfere, interni, gesti, dialoghi e personalità. Se poi si considera che Mann scrisse il libro quando aveva 25-26 anni, lo si deve ammettere: letteratura come questa o è il frutto di un genio o non si spiega. Il fascino trascinante del romanzo, del resto, sta nella scrittura già matura e in equilibrio tra due forze: una centrifuga, quando ci si addentra nei singoli episodi, e una centripeta, data dall’avvicendarsi delle vicende famigliari. Per certi versi, assomiglia a un dramma teatrale o, azzardando, agli episodi di un’intensa ed elegante serie tv. Insomma: il tempo ci farà pur sembrare antiquati i merletti e la morale borghese, ma gli sarà difficile far cessare la meraviglia per questa saga famigliare.

C’eravamo tanto odiati. Breve storia dell’antiberlusconismo, il Mulino – Andrea Minuz

Aldo Grasso, che compare intervistato nel saggio, lo ha definito «smagliante e fondamentale». Il titolo, non sarà sfuggito ai cinefili, ricalca il C’eravamo tanto amati di Ettore Scola. Andrea Minuz (docente di storia del cinema e giornalista del Foglio) racconta di come, dalla celebre «discesa in campo» fino all’avvento del governo tecnico di Mario Monti, l’Italia sia stata polarizzata in un perenne plebiscito pro o contro Berlusconi. Ma anziché esaminare le vicende politiche, giudiziarie e scandalistiche di quegli anni, Minuz guarda più da vicino la cultura dell’antiberlusconismo: una cultura che a) fece di Berlusconi un nemico e non un avversario; b) non accettò la sua figura, umana e politica, demonizzandolo costantemente; c) mobilitò le forze migliori contro di lui piuttosto che per costruire un progetto alternativo. Forse quei vent’anni li ricorderemo come un’opportunità mancata, che si credesse nel «nuovo miracolo italiano» promesso da Berlusconi, o nel progetto federativo della sinistra social-democratica. Oltre a quello di Aldo Grasso, nel libro compaiono contributi inediti di Alessandra Sardoni e di Francesco Piccolo; proprio Piccolo riassume in modo perspicuo un errore della sinistra: «Con Berlusconi si è fatta troppa confusione tra capo d’imputazione oggettivo e lo sconfinamento sul piano morale, culturale, estetico».

Come NON insegnare la filosofia (Raffaello Cortina) – Massimo Mugnai

Massimo Mugnai è stato per lungo tempo professore di filosofia e di storia della logica presso la Scuola Normale Superiore di Pisa; tra i suoi incarichi c’era anche la correzione dei compiti di ammissione degli aspiranti filosofi normalisti. Ne è nata l’esigenza di capire come funziona l’insegnamento della filosofia nelle scuole superiori, ma soprattutto di capire che cosa non funziona. Il libro può contare su a) il rigore argomentativo che ci si aspetta da un docente di storia della logica; b) dei riferimenti alle direttive scolastiche e ai manuali di filosofia per le scuole superiori. Questi ultimi, in particolare, sono messi a confronto con alcuni di quelli adottati all’estero. Ai manuali stranieri Mugnai non risparmia delle critiche, sebbene riconosca lo sforzo che gli autori compiono nel distinguere lo studio della filosofia dallo studio della storia della filosofia. Per l’autore, i manuali italiani sono invece più un compendio di difetti che di pregi: l’impostazione rigidamente cronologica e storicistica (per uno storicista, in parole povere, capire qualcosa significa capirne la storia); una ridda di autori trascurabili; inserti di brani filosofici brevi e sparpagliati; inviti al dibattito che forzano l’interpretazione dei pensatori. Non si tratta di difetti imputabili ai soli autori, che in certi casi anzi provano a dare alla trattazione un taglio originale. Si tratta, piuttosto, di un groviglio di ragioni, tra cui una tradizione ossificata, le aspettative degli insegnanti, i vincoli delle case editrici e ministeriali. 

Content. L’industria culturale nell’era digitale (Content), Einaudi – Kate Eichhorn

Testi, video, immagini, informazioni, dati e contenuti, contenuti e ancora contenuti: oggi non si può muovere un passo nell’ecosistema digitale senza incappare nei famigerati contenuti, la vera aria del web. C’è chi propone di raggiungere luoghi dove quell’aria è salubre; luoghi accessibili solo dopo aver percorso le strade del vaglio critico, del confronto, della ricerca delle fonti. C’è chi invece quell’aria la frigge sul momento e la vende nell’incarto dell’intrattenimento; anzi, spesso quell’aria la regala, chiedendo in cambio “soltanto” qualche dato. Fuori di metafora, i contenuti sono una categoria concettuale che sussume la mole titanica dei dati digitali in rete. Questi dati si presentano sotto le più diverse forme; la loro lavorazione – quasi fossero una materia prima – alimenta un’enorme, e non ancora quantificata, industria produttiva. Sui contenuti, la studiosa della comunicazione Kate Eichhorn ha riunito molte considerazioni in un volumetto che, pur interessante, sconta la caoticità di un tema davvero difficile da ordinare e circoscrivere.

Cosa significa essere umani? Corpo, cervello e relazione per vivere nel presente, Raffaello Cortina Editore – Vittorio Gallese, Ugo Morelli

Il neuroscienziato Vittorio Gallese e lo psicologo e studioso di scienze cognitive Ugo Morelli si sono cimentati in un saggio che ha l’ambizione di sollevare sì molte questioni, ma anche di presentare ai lettori un nuovo programma di ricerca. Per i due studiosi è proprio la triade del sottotitolo – corpo, cervello e relazione – a definire le coordinate dell’essenza umana. Il corpo è il punto di inizio e di arrivo, il vincolo ineliminabile che pure rende possibile tutto ciò che facciamo e pensiamo. Il cervello è l’organo del pensiero, benché al suo interno non ci sia una zona esclusivamente dedicata a questa attività: pensieri ed emozioni attivano aree del cervello con altre funzioni, in particolare quelle deputate al movimento. Ne consegue che la comprensione è inscindibile dai meccanismi di rispecchiamento, che hanno trovato una convalida scientifica nella scoperta dei neuroni specchio da parte della squadra di ricerca, a Parma, di Giacomo Rizzolatti (di cui Gallese è stato allievo e collaboratore). Infine, c’è la relazione, dinamica cruciale e originaria, intesa come relazione con l’ambiente, con le creature che lo popolano e, in particolare, con gli altri esseri umani: in questo caso, il lavoro millenario dell’evoluzione e la plasticità del nostro cervello rendono spiegabile un apparente paradosso, cioè che l’individualità derivi dalla relazione, e non viceversa. È un libro complesso, certo, con qualche fuga nella teoria estetica e filosofica, ma che confuta il pregiudizio che vuole tenere tra loro separati la mente e il corpo.

Cose umane, Einaudi, 2025 – Antonio Pascale

Il progresso materiale produce benessere e migliora le vite degli esseri umani; e chi sostiene il contrario spesso si sbaglia o è in malafede. Il progresso, però, non sottrae dall’assurdo, non elimina i fallimenti. Riconoscere che, col tempo, le condizioni di noi umani sono migliorate – immensamente, peraltro – toglie anzi un alibi: l’idea che il progresso corrompa e abbrutisca. Sono queste considerazioni a fare da campitura al libro di Pascale, un romanzo di auto-fiction. Il racconto, rammemorante, si svolge in una Caserta agostana, semideserta e torrida: facendo la spola tra Roma e la casa casertana dei genitori, affettuosi ma decrepiti, un artista è alla ricerca di un’idea per un’istallazione. Il titolo ci sarebbe già: «Da Pinocchio a Masterchef», due punti – l’uno di partenza, l’altro arrivo – che tracciano l’incedere dello sviluppo umano; ma come renderne le contraddizioni? Quel che trova, lui sessantenne, è certamente un «paese d’ombre», le quinte teatrali di drammi già consumati. Scrive Pascale: «Quello che mi appartiene di Tonino (il protagonista, ndr) è lo sguardo pessimista. Il pessimismo è considerato un pernicioso strumento di conoscenza, ma per lo meno forma una poetica grazie alla quale si riesce a misurare la distanza tra aspettative, promesse e realtà». Il libro, che pure ironizza sulle saghe familiari tanto in voga tra gli scrittori, ne propone una a suo modo: antieroica, disillusa ma comprensiva, inframmezzata da inserti saggistici (Pascale è agronomo e divulgatore scientifico), e considerazioni – provvisorie – sull’esistenza e la vita che passa. 

La critica in contumacia, Inschibboleth – Massimo Onofri

Esiste un modo per emanciparsi dalle derive della critica letteraria? Si può scartare di lato il corpaccione della teoria formalista, superare le paludi dell’impressionismo e non lasciarsi irretire dalle sirene pubblicitarie? Mettiamola così: c’è un modo affinché la critica letteraria non somigli a un trattato di fisica, a dei reel adolescenziali (un tempo si sarebbe detto alla Smemoranda di un 14enne) o a un comunicato stampa? A tale proposito, Inschibboleth sta ripubblicando, in raccolta, una serie di volumi di un critico letterario contemporaneo di grandissima caratura, Massimo Onofri. Il libro che scegliamo è terzo volume dei 5 previsti. Titolo affascinante: un processo a una critica che, come i condannati in contumacia, non c’è. Ma torniamo alla domanda iniziale: è possibile una critica umanistica, rigorosa e libera? Sì, è possibile; serve affinare ed esercitare la “capacità di giudizio”, intesa  in senso tecnico (cioè filosofico): un giudizio di gusto che voglia sottoporsi a un pubblico. Dei gusti, infatti, spiega Onofri, si deve discutere e lo si deve fare con gli strumenti dell’argomentazione. Ne consegue la necessità di confrontarsi con ciò che riteniamo meritevole di trasmissione alle generazioni venture (Il canone letterario, titolo di uno dei volumi raccolti); ma per farlo serve quel giudizio di gusto, cioè di valore estetico, esercitato – in concreto – con l’arte della recensione, che valuta empiricamente caso per caso. In questo sforzo di restituire, con chiarezza, come i critici – soprattutto italiani – hanno lavorato e riflettuto, Onofri si fa critico dei suoi colleghi, esercitando la propria arte in modo esemplare.

La cucina italiana non esiste, Mondadori – Alberto Grandi e Daniele Soffiati

Non sembrano spaventati dalle affermazioni nette Alberto Grandi e Daniele Soffiati, colleghi nel podcast DOI – Denominazione di Origine Inventata (titolo di un precedente libro di Grandi), nonché divulgatori della storia dell’alimentazione. Grandi è professore della materia all’Università di Parma; Soffiati è scrittore. E così, il titolo di questo libro suona perentorio, volutamente provocatorio, anche se il sottotitolo circostanzia un po’ la faccenda. Le tesi di Grandi (riprese e divulgate da Soffiati) sono note almeno da quando il «Financial Times» gli dedicò una celebre intervista. In breve, Grandi sostiene che la cucina italiana sia, nella forma che oggi conosciamo, il frutto della modernità e della grande industria che, con il Boom economico, ha portato nelle case degli italiani un ben di dio mai visto prima. Lo storico spesso ricorda come la propria opera divulgativa sia il meritato tributo per quello sterminato numero di contadini che soffrirono la fame nel corso dei secoli – moltissimi, infatti, emigrarono – e che non ebbero mai nemmeno la pallida idea del sapore di piatti a cui vengono attribuite delle origini popolari. Eppure, oggi il mito delle origini ancestrali dei piatti italiani, spiegano gli autori, è dovuto non solo a ragioni di marketing, ma anche a una crisi di identità degli italiani stessi. Insomma, per nobilitare un Paese, la soluzione non è stata rimboccarsi le maniche, quanto piuttosto esaltare un passato mitologico mai esistito.

Danubio, Garzanti – Claudio Magris

Chissà se oggi l’industria editoriale potrebbe permettersi un libro come Danubio di Claudio Magris. Pubblicato nel 1987, e da allora sempre ristampato da Garzanti, questo saggio è spesso scambiato erroneamente per un romanzo. Alle tappe del fiume – che si snoda per quasi 2.900 km, mentre il Po, per farsi un’idea, ne conta poco più di 650 – corrisponde una sequenza di brani di un viaggio, dove però solo di rado fanno capolino i viaggiatori. Ognuna delle città bagnate o scorte dal Danubio sono l’occasione per ammirare dei torreggianti monumenti culturali, soprattutto letterari, eretti dall’erudizione di Magris, a lungo ordinario di letteratura tedesca. Più che addentrarsi in questi monumenti, Magris sceglie di passeggiarci attorno: con navigata confidenza quando si tratta di Mitteleuropa tedesca e austriaca; con fare più circospetto, viepiù si addentra nei Balcani. Luoghi e libri, allora, diventano un modo per lasciar galoppare anche considerazioni da viaggiatore nostalgicamente sorridente, qual è Magris. L’eleganza della prosa di Danubio si vede nella rarefazione delle immagini di viaggio e letterarie, frutto di una scelta lessicale accurata; il solo difetto, forse, è che talvolta quella stessa prosa resta incantata non solo dal viaggio in sé, ma anche dalle riflessioni che esso suscita. Le spinte centrifughe sono però rattenute dal percorso del fiume, che rende più ordinata e – usando l’aggettivo in onore al fiume – più scorrevole la prosa di Magris rispetto a quella di saggi simili, come il Breviario mediterraneo di Matvejević, edito sempre da Garzanti; e guarda caso prefato da Magris.  

Demon Copperhead, Neri Pozza – Barbara Kingsolver (trad. it. Laura Prandino)

Immaginate un Paese ricco, anzi ricchissimo, dove però manca l’attenzione per chi resta indietro e sembra perduto: quel Paese, oggi, assomiglia agli Stati Uniti; da lì, il lamento degli ultimi giunge sino a noi. C’è chi crede che il riscatto sociale sia una questione individuale, che basti il duro lavoro, come il J.D. Vance di Elegia americana. Oppure, c’è chi mostra l’irreparabile irresponsabilità delle istituzioni, che genera mostri: il Joker di Todd Phillips. O ancora, c’è chi denuncia l’attività criminale di chi, per lucrare sul malessere, compie delle stragi: nella serie Dopesick si racconta del disastro causato dagli oppiacei distribuiti negli USA dalla Purdue Pharma. In questo mosaico, quel tassello che è il romanzo di Barbara Kingsolver ha qualcosa di miracoloso: l’autrice ha creato una voce riconoscibilissima e orchestrato una quantità tale di avventure e disavventure per il protagonista da fare tornare la fiducia nella forza della narrazione romanzesca. Ambientato negli Appalachi meridionali, è la storia di un moderno David Copperfield, ma molto americano: Demon ha il sarcasmo dei personaggi di Twain e Salinger. Proviene da quell’America già sfruttata per il carbone, colpita dalla deindustrializzazione, disprezzata da buona parte degli USA (che chiama i suoi abitanti hillbilly, ormai sinonimo di ‘montanaro’ o ‘bifolco’); e devastata dalla moria indotta dal dilagare degli oppiacei. Il romanzo ha vinto il Pulitzer.

Denominazione di origine inventata. Le bugie del marketing sui prodotti tipici italiani, Mondadori – Alberto Grandi

Gli italiani vanno giustamente fieri della loro cultura alimentare, ma spesso per ragioni sbagliate: a renderla così fortunata non è la sua storia, assai più breve di quanto si pensi. Piuttosto, è la combinazione di sapori, qualità, industria e distribuzione. Tutto ciò è stato chiaro sino agli anni ’70, quando ancora il ricordo della fame era presente e la cosiddetta cucina italiana era stata inventata da pochi anni. Poi, «il cocktail esplosivo di regionalismo, salutismo e crisi del modello industriale mise in moto la macchina dell’invenzione della tradizione». Lo scrive Alberto Grandi nel fortunato Denominazione di origine inventata. Docente di storia dell’alimentazione all’Università di Parma, Grandi ha avviato una revisione coraggiosa della storia alimentare dell’Italia, preda di pregiudizi tutt’altro che disinteressati: il made in Italy, infatti, viene spesso «brandito come una clava in nome di un neoprotezionismo che con la tanto decantata eccellenza ha ben poco a che vedere».

Per continuare a rendere attrattiva la produzione alimentare nostrana, ma anche per difendere delle rendite di posizione, si punta oggi sulla tipicità, intesa come il radicamento in un territorio e un lungo passato. Ora, ammesso e non concesso che una lunga tradizione sia di per sé una garanzia di qualità, il punto è che molto di quel che si dice non è vero: nel passato, la stragrande maggioranza degli italiani non ha conosciuto nulla di paragonabile alla ricchezza dell’attuale gastronomia. Al contrario, molti dei prodotti tipici di oggi sono molto recenti e hanno avuto un successo iniziale fuori dall’Italia: l’antenato del Parmigiano Reggiano viene prodotto nel Wisconsin; la fortuna di massa della pizza (invenzione napoletana, beninteso) è dovuta agli immigrati italiani in Nord America; il maiale, con cui si fa il prosciutto (compreso quello di Parma e San Daniele), arrivò dall’Inghilterra intorno al 1875 (quello in circolazione prima assomigliava più a un cinghiale); i pomodori di Pachino sono nati in un laboratorio di Tel Aviv, in Israele, nel 1989. Meglio allora, come afferma Grandi, esaltare la genuinità (cioè l’onestà) di prodotti come la Nutella o l’Amarena Fabbri – ma potremmo aggiungere i prodotti di aziende come Barilla, De Cecco, ecc – che hanno saputo unire la qualità artigianale alla capacità imprenditoriale e industriale, facendo trionfare i prodotti italiani sulle tavole di mezzo mondo.    

La destra italiana. Da Guglielmo Giannini a Giorgia Meloni, Laterza – Paolo Macry

Nella storia della Repubblica italiana si contarono tre tipi di destre: neofascista, conservatrice e populista. Comprensibilmente, per molti anni dopo il 1945, quelle destre non ebbero vita facile: il mito fondatore della Repubblica, la Resistenza, fu «monopolio» della sinistra, che poté negare agli avversari, anche arbitrariamente, la patente di antifascismo. Dal canto loro, le destre si resero colpevoli di insanabili ambiguità: pur presente in Parlamento, il Movimento sociale italiano non seppe rinunciare alla nostalgia per il Fascismo (pagine interessanti sono dedicate alla «sconfitta di piazza» del 1960, che fece cadere il Governo Tambroni, formato coi voti decisivi dell’Msi). Sorte migliore non toccò al Partito liberale, le cui istanze non fecero mai breccia tra gli italiani e, al più, furono recepite dalla Democrazia cristiana. Proprio la Dc, la Balena bianca che tutto ingoiava (specie le istanze degli avversari), approfittò dello stallo al centro per governare ininterrottamente la Repubblica per oltre 40 anni; anche perché nemmeno il Pci avrebbe mai potuto formalmente governare (esistevano ancora la Cortina di ferro e il Muro di Berlino). Con la fine della Prima repubblica – caduta anche per la mancata alternanza al potere – si arriva alle promesse populiste e liberali di Berlusconi (che, fa notare acutamente Macry, seppe dire agli italiani che andavano benissimo com’erano, rovesciando il paradigma pedagogico della Prima repubblica); al mito regionalista e securitario della Lega Nord; alla fallita conversione moderata di Gianfranco Fini; al populismo movimentista grillino: grandi successi, sì, ma anche grandi delusioni (la fine del ventennio berlusconiano, la crisi elettorale del M5s, ecc). In ultima analisi, il libro certifica un fatto: l’Italia è stata, ed è tuttora, un Paese dove esiste una maggioranza conservatrice, non particolarmente ideologizzata, volubile ma non estremista: una maggioranza che sta dietro anche al successo elettorale del 2022 di Giorgia Meloni. La sfida di chi governerà, soprattutto da destra, sarà mantenere il consenso di questa parte maggioritaria del Paese.

Dieci rivoluzioni in corso nell’economia globale (che l’Italia si sta perdendo), Utet – Stefano Feltri

Gli argomenti trattati da questo osservatore del presente vanno dall’assetto politico internazionale (o, se si vuole, geopolitico) alla situazione mondiale del debito pubblico (in costante crescita); dall’intelligenza artificiale alla transizione ecologica; dalle criptovalute all’euro digitale. Esperto di economia, Feltri si addentra nelle faglie del presente, che rischiano di dividere il mondo in due: da un lato, quei Paesi e quelle comunità in grado di comprenderle e di trarne un vantaggio; dall’altro, tutti i restanti. Le analisi di Feltri tengono insieme la formazione di economista e la professione giornalistica: attenzione ai dati, ma anche a dare per scontato poco; ad esempio, nel raccontare e mettere in guardia dal mondo delle criptovalute (per alcuni, il nuovo oro, per altri nient’altro che un asset speculativo), è apprezzabile la capacità di semplificare un argomento complesso e quasi incomprensibile (qual è la tecnologia sottesa, la blockchain) agli occhi di un neofita.

Effimero Novecento. Il costume degli italiani (il Mulino) – (a cura di) Lorenzo Benadusi, Claudio Giunta ed Elena Papadia

Tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta si consuma in Italia un periodo che verrà chiamato «Miracolo» o «Boom economico»: un periodo di radicali trasformazioni che porta l’Italia, da Paese semi industrializzato a maggioranza contadina, a diventare uno dei maggiori Paesi al mondo per ricchezza assoluta e PIL pro capite. Questa cavalcata è accompagnata dal mutamento radicale – di fatto, un miglioramento – delle condizioni di vita degli abitanti della Penisola. Il volume racconta quegli anni da una prospettiva spesso trascurata: parla dei costumi, intesi come mode, abitudini, mentalità, consumi culturali e di intrattenimento. Ne esce uno spaccato dai forti connotati sociologici, che si avvale soprattutto delle testimonianze cronachistiche ed editoriali di allora. Scorrendo rapidamente i temi, si va dal Dannuzianesimo di inizio secolo al design e alla pubblicità industriale (una via tutta italiana al marketing); dai reportage giornalistici sull’Italia (a beneficio degli italiani stessi) alla televisione e al cinema; da chi dettava legge in materia di galateo e moda, al rapporto tra gli italiani con l’erotismo e la sessualità. Il volume collettaneo è stato curato da Lorenzo Benadusi, Claudio Giunta ed Elena Papadia; contiene i contributi di Irene Piazzoni, Daniele Balicco, Bruno Bonomo, Fabio Andreazza, Andrea Minuz e Anna Baldini. All’interno, è presente anche un inserto fotografico.

L’era della suscettibilità, L’economia del sé, Questi sono i 50, Marsilio e Feltrinelli – Guia Soncini

Ha fatto bene Claudio Giunta, in una recensione sul «Sole 24 Ore», a scrivere che gli ultimi tre libri di Guia Soncini sono una trilogia; vi si parla di fenomeni socio-culturali di oggi: la cancel culture, il politicamente corretto, i social network (specchio di una mitomania collettiva) e l’ossessione per l’invecchiamento (l’essere etichettati come boomer è considerata quasi un’infamia). Giunta parla, nel caso di Soncini, di un giornalismo di costume, una categoria giornalistica oggi in disuso. Di larga parte di questi fenomeni, la giornalista è severa critica e castigatrice: ma lo è da conoscitrice della materia e lo fa con una scrittura brillantissima, il cui pregio più apprezzabile è il rifiuto ostinato del «frasifattismo». I tre saggi sono ricchi di esperienze personali, forse troppe, talché molte delle osservazioni risultano decisamente idiosincratiche. Soncini, nondimeno, ne è consapevole: non si spiegherebbe altrimenti l’ironia che accompagna molte sue sentenze. Il suo bastiancontrarismo è, più che una posa, un metodo di scrittura, una strategia retorica che ricorre alle armi del buon senso, del sarcasmo e del cinismo; per chi vuole averne un assaggio, si può ricordare che su Linkiesta sono presenti decine e decine di articoli, che Soncini pubblica con cadenza quasi quotidiana.

Gli errori della percezione. Perché ci sbagliamo su quasi tutto (Why We’re Wrong About Nearly Everything: A Theory of Human Misunderstanding), Einaudi – Bobby Duffy

Informarsi costa fatica; cambiare idea, ancora di più. La posta in gioco è una cosa a cui teniamo moltissimo: la reputazione. Ecco perché ci accontentiamo spesso di quel che sappiamo e tendiamo a dare retta alle informazioni che ci danno ragione, ignorando quasi sistematicamente quelle che ci contraddicono. Il libro di Bobby Duffy serve proprio a metterci tutti quanti davanti a un fatto: quel che crediamo spesso è sbagliato; ed è insufflato dalle nostre paure e dai nostri desideri. Nella cita di tutti i giorni, siamo lungi da un’analisi attenta e coerente dei fatti: chi teme l’immigrazione o la criminalità tende a sovrastimare questi fenomeni; chi abusa di zucchero pensa che si tratti di un’abitudine condivisa. Questo libro, che raccoglie una sequenza di errori di valutazione compiuti sistematicamente dalla maggioranza di noi, è comunque ottimista: pur vivendo nell’epoca della post-verità, non si può negare che i fatti esistano e le informazioni vere, sebbene non sempre riescano a farlo, possano fare, alla fine, cambiare idea. L’autore è un’autorità in materia: oggi Professor of Public Policy e direttore del Policy Institute al King’s College di Londra, è stato anche il direttore generale di Ipsos, la società di ricerche di mercato e consulenza, notissima in tutto il mondo per le sue analisi e i suoi sondaggi.

Errori memorabili, Laterza – Piero Martin

Gli anglosassoni parlano di trial and error descrivendo quel metodo di risoluzione dei problemi che procede, appunto, per tentativi ed errori. Ed è proprio grazie a questi errori che è possibile scartare le ipotesi meno probabili e avvicinarsi a quelle più verosimili. Questo modo di procedere – che, beninteso, ha alla sua base l’evidenza empirica e sperimentale – è ben conosciuto dalla scienza: la sua storia è anzi costellata da successi clamorosi e di altrettanti errori memorabili. Anche perché a sbagliare sono stati anche i grandi campioni del pensiero scientifico: da Enrico Fermi ad Albert Einstein, fino al caso un po’ meno noto di Linus Pauling. Il chimico, infatti, mancò forse un terzo Premio Nobel (il primo per la chimica, il secondo per la pace), giacché immaginò che la struttura del DNA fosse a tre eliche; mentre le indagini di Watson e Crick e le immagini di Rosalind Franklin (il cui merito fu allora colpevolmente trascurato) dimostrarono una struttura a doppia elica. Ma parlare degli errori degli scienziati è per Martin l’occasione, più in generale, per parlare dei risultati non intenzionali raggiunti dalla scienza: dalla casuale scoperta della radiazione cosmica di fondo (indizio dell’avvenuto Big Bang), al principio attivo del Viagra, che fu scoperto nel corso di ricerche sui farmaci cardiaci.

Errori, orrori, regole e falsi miti dell’italiano contemporaneo, Franco Cesati – Fabio Rossi e Fabio Ruggiano

Franco Cesati Editore ha pubblicato una collana di piccoli volumi dal titolo «Italiano di oggi»; ad aprire la serie sono due professori di linguistica italiana dell’Università di Messina. Nel libro, gli autori intrecciano la riflessione sulla lingua e l’enunciazione delle regole, sempre tenendo conto dei contesti d’uso: solo il contesto, variabile cruciale per fornire un verdetto di liceità, ci può fare arrivare a dire se l’espressione usata sia quella giusta o no. Certo, esistono delle regole inderogabili, ma anche in questo caso entrano in gioco non solo delle ragioni di comprensibilità, ma anche la riprovazione o la derisione da parte degli altri parlanti: basterebbe pensare alle reazioni scomposte che provocano i frequenti errori di grammatica sui social (dalla dimenticanza dell’acca per il verbo avere ai congiuntivi mancati, e così via). Ora, se ammettiamo che – personificandola – la nostra lingua in bocca ai parlanti paia perlomeno un po’ malaticcia, come scrivono gli autori, «la cagionevole salute dell’italiano (…) sembra procedere di pari passo con la salute, altrettanto incerta, delle facoltà logico-cognitive di molti». Si tratta anche di una questione di pensiero razionale, di logica insomma, e non solo di regole grammaticali: «L’insegnamento grammaticale impartito oggi nelle scuole poco può fare per correggere i difetti davvero gravi, quelli, cioè, che inficiano la comprensibilità e l’efficacia dello scritto».

“E s’i fóssen nèd a Bulåggna? Nuove frasi di autori famosi interpretate in dialetto, Pendragon – Luigi Lepri e Daniele Vitali

È gustosa, ma anche accurata nella trascrizione grafica, questa raccolta di aforismi celebri e tradotti liberamente in dialetto bolognese. La storia del volume comincia con la pubblicazione di un altro libro, a cura di Lepri: «Se fosse nato a Bologna. Frasi di autori famosi interpretate in dialetto bolognese» (1989/2005). Come spiega Daniele Vitali nella Presentazione, la nuova edizione del primo e l’edizione del secondo volume sono state redatte secondo un metodo preciso, ossia quello codificato dall’Ortografia Lessicografica Moderna. Questi aforismi ricevono, in vernacolo, una curvatura popolare; si presentano meno seriosi, più ironici e talvolta bonariamente canzonatori. Un esempio: in Delitto e castigo, Fëdor Dostoevskij scrive che «a volte l’uomo è straordinariamente, appassionatamente innamorato della sofferenza»; la traduzione in bolognese di una pur sì grave sentenza suona così: «Ai è di sugèt che däl vôlt ai pièṡ da mât ed tribulèr»; questa reinterpretazione – accessibile anche per chi abbia dimestichezza con un dialetto padano – suona già meno tragica. Lepri e Vitali hanno dato vita a un progetto di rivitalizzazione del dialetto bolognese e Vitali è uno dei massimi studiosi dei dialetti emiliani e delle parlate dei territori contermini.

Estranei. Un anno in una scuola per stranieri, nottetempo – Alessandro Gazzoli

In una scuola per stranieri della provincia di Trento (il Centro EDA di Cles, in Val di Non), un professore di italiano si trova a condurre i suoi nove alunni al diploma di terza media. Le loro provenienze sono varie: Pakistan, India, Ucraina, Tunisia, Marocco, Colombia. Non si tratta di un romanzo, ma di un resoconto, scritto da Alessandro Gazzoli, docente di italiano, originario della Val Camonica. Dire di questo libro che è onesto e sobrio non basta; bisogna sforzarsi di pensare, infatti, a come l’argomento dell’integrazione viene trattato di solito, tra automatismi opposti: il pietismo da una parte e la xenofobia dall’altra. Ma è proprio l’emersione della personalità di ciascuno dei nove alunni – in cui l’impasto di carattere, cultura e storia personale è indissolubile – a fare saltare questa dicotomia: modi di essere – cioè corpi, odori, gesti, sguardi, gusti, ambizioni, credenze, acume e ottusità – che, più che mettere in crisi il pensiero dell’insegnante, fanno sembrare il suo idealismo (l’idea di poter insegnare la cultura dei diritti, della libertà e del laicismo) un ferro vecchio. Meglio fare bene il proprio lavoro e lasciare che la tolleranza e la cooperazione sorgano spontaneamente.

Eugenia Grandet, BUR – Honoré de Balzac

Nella produzione di Honoré de Balzac, il romanzo Eugenia Grandet può essere menzionato come uno tra i più esemplari: vi si ritrovano molte delle caratteristiche dell’autore francese: un’inventiva torrenziale, una scrittura rapida, a tratti sbrigativa, ma capace di regalare brani sbalorditivi come questo: «Così sino allora aveva inseguito la felicità perdendo le forze per via, senza poterle rinnovare, mentre nella vita morale come in quella fisica esistono una inspirazione e una espirazione: l’anima ha bisogno di assorbire i sentimenti di un’altra anima e di assimilarli per restituirglieli più rigogliosi. Senza questo meraviglioso fenomeno umano, il cuore non ha più vita: gli manca l’aria, soffre e deperisce». Non ci si lasci però ingannare dall’intuibile trama melodrammatica restituita dalle sinossi: è un romanzo il cui protagonista è soprattutto il denaro, sotto le sue più diverse forme: franchi, oro, rendite, investimenti, cambiali, debiti, crediti; il denaro e la sua implacabile capacità di venire eletto a misura di tutte le cose, demone fugace che sedusse e tradì Balzac per tutta la vita, portandolo a lavorare, probabilmente, fino a uccidersi. Tra le edizioni italiane, quella BUR è tradotta da Gabriella Alzati e introdotta da un saggio di Stefan Zweig, che coglie uno degli aspetti che ancora oggi rendono Balzac così affascinante: la sua febbrile, reale e al tempo stesso fantasmatica creatura, fatta solo di parole, a cui dette il nome di Commedia umana.

Il filo d’oro. Storia della scrittura (The Golden Thread: The Story of Writing), Bollati Boringhieri – Ewan Clayton

Un «filo d’oro» intesse la trama di una storia che va dalle antiche civiltà egizie e mesopotamiche fino alla Silicon Valley: la scrittura. L’autore, Ewan Clayton, è calligrafo e docente della materia con un’esperienza vertiginosa: è stato sia amanuense in un monastero, sia consulente per il centro di alta tecnologia Xerox PARC, a Palo Alto in California. Il libro abbraccia oltre 3 mila anni di storia – che guarda caso coincide convenzionalmente con la nascita della scrittura –, dai geroglifici a internet. Clayton mostra come la scrittura sia un fenomeno che attraversa ed è attraversato dalla storia. Strumento di servizio per sbrigare affari e sommo gesto creativo al tempo stesso, la scrittura è una tecnologia capace di dire più di quanto dica: è sismografo delle temperie culturali, tecnologiche, dei sistemi socio-economici, delle civiltà e degli individui. Meraviglia, per dire, il racconto di come la scrittura – semplificando – sia stata prima al servizio della lettura ad alta voce (nell’antichità), della meditazione (nel Medioevo) e dell’assimilazione di informazioni (dalla modernità in poi). Il saggio ha il pregio, inoltre, di correggere una certa storiografia semplicistica: ad esempio, chiarisce come la scrittura a mano conosca una stagione fortunata proprio dopo l’invenzione della stampa; lo dimostrano i moltissimi taccuini e i quaderni dei grandi scienziati, adoperati per appuntare osservazioni e intuizioni; oltre al fatto che la stesura a mano restò a lungo il modo in assoluto più veloce per la produzione dei documenti scritti.

Filosofi e tiranni (Paesi Edizioni) – Giorgio Arfaras 

Negli ultimi 20 anni, il populismo è diventato in Occidente un fenomeno caratterizzante. I suoi presupposti sono anche economici: la globalizzazione ha frustrato le aspettative di una ricchezza crescente per la maggioranza dei cittadini; al contrario, ha favorito o popoli di altri continenti (soprattutto l’Asia) o un numero limitato di persone (un’élite sempre più ricca e internazionalizzata). Migliorare il tenore di vita dei cittadini democratici, dunque, potrebbe essere un modo per rinsaldare la fiducia tra loro e le democrazie. L’economista Giorgio Arfaras affronta la questione, intendendo i filosofi come gli interpreti del mondo e i tiranni come i decisori politici. Il fascino esercitato oggi dal populismo sta nella proposta dei tiranni di superare le mediazioni dello Stato liberale e democratico, viste come inutili lungaggini: un aspetto che li avvicina pericolosamente alle autocrazie. Tuttavia – anche mettendo tra parentesi l’adesione ai valori della libertà democratica – Arfaras mostra come le decisioni, sia politiche sia economiche, siano più complicate di quanto sembri; e così, gli esiti spesso divergono dalle aspettative dei filosofi. Grazie alla mediazione istituzionalizzata e al rispetto dei diritti, la democrazia favorisce la mobilità sociale delle classi medie, un passaggio cruciale per massimizzare le risorse, allocarle e redistribuirle. Con uno stile serrato, schematico ma ricco di considerazioni illuminanti, Arfaras àncora questo discorso alla concretezza di contesti sociopolitici ed economici reali: il funzionamento di un’autocrazia estrattiva come la Russia; il rapporto economico tra Israele e Gaza; la parabola economica dell’Italia (pagine sorprendenti per la lucidità analitica); la trappola del reddito medio che sta bloccando la crescita in Cina.

Il fenomeno lingua. Manuale informale di linguistica su italiano, dialetti e lingue europee, GoWare – Daniele Vitali

Che cosa ci fa un latinismo a Helsinki? Già, la scritta kauppa, che si può leggere apposta sugli esercizi commerciali della capitale finlandese, deriva da un termine latino: caupo, ‘oste’. Il termine ci è arrivato passando dalla Germania (che l’ha “comprato”, nel senso che da lì viene il termine tedesco kaufen, ‘comprare’, appunto); ma prima ha fatto tappa a Copenhagen, in danese København, cioè ‘porto dei mercanti’. Cambiamo contesto: avete presente la distinzione tra lingua d’oc e lingua d’oïl? Erano le lingue rivali nella Francia del Medioevo, la prima parlata nel sud, in Provenza, la seconda nel nord o, meglio, nella zona di Parigi. Ecco, quella l è muta, sicché diventa più facile comprendere come si sia passati da oïl (la lingua che poi vinse) all’attuale francese, oui. C’entrano gli antichi celti in tutto questo? No; così come non è vero che i toscani moderni aspirano la c (la [h]osa) per via della presenza, anticamente, degli etruschi. Inoltre, spiacerà a qualcuno sentirsi dire che alcune parole strane dei nostri dialetti non derivano dallo spagnolo, e tantomeno dal tedesco.

Foto mosse di famiglie immobili (Lizard) – Valerio Lundini

Chi conosce la sua Pezza, sa che Valerio Lundini è un maestro nell’inscenare e nel portare fino in fondo delle situazioni di un imbarazzo surreale. Nei brevi racconti contenuti nel libro la vena surreale del programma tv resta, pur con qualcosa in più e qualcosa in meno. Quel qualcosa in più è la potenza evocativa delle parole, che non conoscono i limiti di un studio televisivo; quel qualcosa in meno è la maschera comica di Lundini, sapientemente goffo e comicamente ottuso, coi suoi completi da commercialista, la sua erre moscia, l’eloquio monocorde e il ricorso a dei registri linguistici quasi sempre fuori luogo. In una conversazione con Paola Cortellesi trasmessa sul canale YouTube dell’enciclopedia Treccani, a proposito della propria comicità, Lundini ha affermato questo: «nasce come una sorta di arma di difesa, in situazioni in cui non riuscivo a fare le cose troppo seriamente: nonostante io ritenga la serietà una cosa molto importante, un bel valore, è molto difficile usarla costantemente nei casi delicati o di formalità (come i convenevoli); non riesco a vedere in maniera naturale le cose che non hanno un livello d’ironia, anche piccolo (…)»; invece, «basta dare un tocco di leggerezza e quel messaggio diventa, a mio avviso, più plausibile». Spiritosa l’idea di inserire alla fine del libro i cosiddetti bloopers, cioè gli strafalcioni e le papere degli attori che talvolta si vedono in coda ai film.

Il fuoco che ti porti dentro, Marsilio – Antonio Franchini

Il fuoco del titolo è quello che ha bruciato nell’animo della madre dell’autore, Angela, fino all’ultimo dei suoi giorni: si tratta dell’autentica madre dell’autore, di cui si racconta la vita, il tremendo carattere e il rapporto con Franchini stesso. Questo memoriale è in linea con delle precedenti esperienze dell’autore, come ad esempio la parte biografica di L’abusivo (l’altra parte è dedicata al giornalista Giancarlo Siani, ucciso dalla Camorra). Nelle pagine di Franchini il vissuto si deposita in una scrittura ferma e controllata, fatta di scavo psicologico, di gesti e frasi memorabili, spesso in napoletano; del resto, la voce della madre non poteva che essere restituita nel vernacolo partenopeo (alla cui resa grafica ha contribuito un grande studioso come Nicola De Blasi). Franchini si addentra nel groviglio dei sentimenti familiari con la calma olimpica di chi ha deciso di dire la verità: ne nasce un libro solido, ricco di osservazioni psicologiche, talvolta doloroso, talaltra umoristico. In conclusione Franchini ammette di non aver voluto tanto fare i conti con la figura della madre pubblicamente, quanto soltanto di condividere con i lettori lo spettacolo di quel fuoco che è arso in lei tutta la vita.

Il fuoco invisibile. Storia umana di un disastro naturale, Rizzoli – Daniele Rielli

Dopo la pandemia, ci riesce meno difficile immaginare che un essere microscopico, in questo caso un batterio, sia riuscito a cagionare la più grande moria di ulivi di cui si ha memoria: portata probabilmente dal caffè o da delle piante ornamentali del Costa Rica, la Xylella origina un dramma che è ambientale (21 milioni di ulivi uccisi) e al tempo stesso umano, come lo suggerisce la storia umana del titolo. Sul campo sin dall’inizio dell’epidemia, Rielli racconta del diffondersi della malattia tra gli ulivi, ma anche del pervicace negazionismo e delle teorie del complotto sorte tra gli abitanti di quelle terre. Del resto, come Rielli sa dalla sua stessa mitologia familiare (il padre è salentino) gli ulivi in Puglia sono un simbolo identitario, ancorché introdotti nel Settecento per la produzione di olio lampante. L’entità del dramma collettivo è tale che le attività del CNR di Bari – volte a contenere l’epidemia – finiscono persino sotto indagine. «È una questione che va oltre gli ulivi, ha a che fare con il modo umano di rapportarsi alla realtà, di cercare di estrarne una verità condivisa. Vedere un ulivo secolare fa piangere, una società intera che crede a cose palesemente false è terrorizzante (…)». Nel raccontare questa vicenda, in contrappunto con la propria vita e la storia della sua famiglia, Rielli affronta temi a lui cari: su tutti, il tribalismo della società, con il suo scudo di autoinganni e suggestioni, erto a difesa di verità infondate.

Frontiera. Perché sarà un nuovo secolo americano (Mondadori) – Francesco Costa

Costa, star del giornalismo italiano, svolge da tempo un’approfondita e interessante opera di divulgazione sugli Stati Uniti: sul suo canale YouTube si trovano molti video, anche con consigli utili per chi vuole farne degli States una meta di turismo. Smisurati e contraddittori, gli Stati Uniti sono diversissimi e al tempo stesso si assomigliano, da Washington a San Francisco, da Los Angeles a New York, passando per Dallas, Nashville, Chicago, Baltimora, Boston, e così via. Sono oggi un Paese in crescita che, nondimeno, si sente insicuro; e pur figli dell’immigrazione, proprio nell’immigrazione, gli statunitensi vedono un pericolo temibile. Inoltre, mai dai tempi della Guerra di Secessione sembrano essere stati così divisi o, meglio ancora, polarizzati tra fazioni contrapposte. Aneddotica, cronaca, microstoria e grande storia si susseguono raccontati in singoli paragrafi che vanno dalla dimensione di un lungo post a quelle di un articolo.

Gentrification. Tutte le città come Disneyland, il Mulino e Breve manuale per una gentrificazione carina, Mimesis – Giovanni Semi

Cominciamo dal significato: gentrification deriva da gentry, parola con cui gli inglesi identificavano «la piccola borghesia terriera di campagna che si era comprata i titoli nobiliari»; in sostanza, i parvenus. Oggi, il concetto di gentrificazione designa la rivalutazione di alcune aree urbane: ciò significa, da un lato, la crescita del valore degli immobili; dall’altro, l’aumento del censo dei nuovi abitanti. A cambiare, dunque, è anche la composizione demografica: i meno abbienti tendono ad andarsene, sia per la crescita del costo della vita (in particolare, degli affitti), sia per il cambiamento dell’ecosistema lavorativo, sociale e commerciale. Semi analizza i diversi fattori che operano nelle gentrificazioni: in particolare, a) l’intenzione, soprattutto di proprietari, aziende immobiliari e amministrazioni locali, di estrarre reddito dalle zone «riqualificate»; b) la volontà politica, e dei gruppi di interesse rappresentati, di controllare la pianificazione urbanistica; c) i desideri e i consumi dei nuovi attori sociali, siano studenti, lavoratori o una più generica nuova classe media. Alla lettura del volume si può aggiungere quella del libello Breve manuale per una gentrificazione carina; qui la teoria lascia il posto alla satira: l’autore ironizza sulla retorica dei gentrificatori, ammassando slogan, manie e conformismi, per mostrarne la malafede.

I giovani e l’italiano, Franco Cesati Editore – Maria Silvia Rati

L’uso della lingua è un tema d’interesse pubblico perché oltre un messaggio referenziale (una comunicazione di servizio, si direbbe) veicola un modo di essere, un’identità. Oggi i giovani sono parimenti accomunati e distanti dai loro coetanei di una volta. Da un lato, come si faceva, usano il linguaggio per affermare un’identità, giocare ed esprimere le loro emozioni – che, presentandosi spesso per la prima volta e amplificate, danno luogo ad accrescitivi e iperboli (con scialo di ultra, mega, super, ecc.). Dall’altro, fanno i conti con l’universo dei consumi culturali della rete, la cui lingua franca è l’inglese; qui, la coniazione di nuovi termini – che trovano poi un’ubiqua diffusione sui social – avviene soprattutto nel mondo dei videogiochi e della musica trap. Ne risulta una gran quantità di anglicismi; sicché molti dei neologismi appaiono oggi meno trasparenti rispetto a quelli delle scorse generazioni (parole che erano perlopiù di origine dialettale o italiana). Tuttavia, nonostante la presenza dei calchi non adattati (anche se, per esempio, chat dà vita al verbo italiano chattare) si nota una certa creatività nell’estensione dei significati, cioè nell’uso di termini anche in contesti diversi da quelli specifici: come scrive Rati, «si tratta di un linguaggio fecondo di usi traslati, a cui i giovani attingono anche nelle loro conversazioni ‘in presenza’».

Giusto, sbagliato, dipende. Le risposte ai tuoi dubbi sulla lingua (Mondadori)Accademia della Crusca

Che risposta è «dipende»? Talora deludente, talaltra irritante. Oppure, è quella giusta. Soprattutto se in quel «dipende» c’è il senso di una lingua in divenire, negoziazione costante tra le norme della tradizione (soprattutto scritta) e l’uso (soprattutto orale). Da qui il titolo che l’Accademia della Crusca ha deciso di dare al volume. Diretto e curato dall’accademico Paolo D’Achille, insieme all’accademico corrispondente Marco Biffi, il volume raccoglie il lavoro di consulenza linguistica svolto dall’Accademia in rete e sulla rivista «La Crusca per voi». Come spiega l’ex Presidente Claudio Marazzini, «È vero che le risposte possono essere raggiunte in parte consultando il sito dell’Accademia e in parte leggendo la rivista La Crusca per voi, ma trovarle raggruppate e ordinate in maniera logica e sistematica significa avere una risorsa più maneggevole e utilizzabile». Sin dalla copertina, l’Accademia è – quasi personificandosi – indicata come autrice: come scrivono Biffi e D’Achille, «se è vero che ogni risposta è individuale, è anche vero che tutte, prima della pubblicazione, sono state sottoposte al vaglio di due accademici. In un certo senso, quindi, si può identificare la Crusca come ‘unica autrice’». Oltre a essere un prontuario di consultazione per sciogliere dei dubbi linguistici, il volume rispecchia una concezione non puristica della lingua. Scrive Marazzini: «La lingua è piena di zone grigie. Non di rado sono lecite soluzioni diverse, che rispondono a diverse condizioni e situazioni comunicative. La cautela e il dubbio sono una buona garanzia per chi voglia ragionare seriamente (…). Tuttavia molte volte, quando è possibile, si troveranno risposte nette e chiare, senz’altro adatte a guidare parlanti e scriventi all’uso garbato ed elegante della lingua italiana di oggi».

Grammamanti. Immaginare futuri con le parole, Einaudi – Vera Gheno

«Per quanto mi riguarda, ‘inclusione’ non basta. Parallelamente non sono soddisfatta nemmeno della definizione ‘linguaggio inclusivo’ (…). Io, personalmente, preferisco parlare di ‘linguaggio ampio’. L’aggettivo ‘ampio’ sta a significare una riflessione in movimento, l’idea di un universo linguistico in espansione, nel quale non si sostituisce e non si cancella nulla, ma si aggiungono ulteriori modi per esprimersi». La proposta terminologica è di Vera Gheno ed è contenuta nel libro. L’espressione grammamanti – un neologismo – fa da titolo a questa lunga lettera d’amore per lo studio della lingua e dei linguaggi, considerati più che dei semplici strumenti di comunicazione, bensì degli autentici abiti dell’identità; o se si vuole delle case da abitare, in cui vivere e convivere, discutere, giocare, litigare e amarsi. Che questa casa risulti più accogliente possibile è una priorità per l’autrice, il cui attivismo ha come interesse e obbiettivo precipui proprio la diffusione tra i parlanti di un linguaggio, appunto, ‘ampio’. Del resto, la vicenda biografica stessa di Gheno è legata alla storia d’amore dei suoi genitori: padre italiano e madre ungherese, furono uniti in primo luogo dall’amore, reciprocato, dell’una per la lingua dell’altro.

Le guerre per la lingua. Piegare l’italiano per darsi ragione, Einaudi – Edoardo Lombardi Vallauri

Se la lingua è lo specchio della realtà, quanto è deformante quello specchio? Forse sarebbe bene abbandonare metafore come queste ed esaminare come funziona una lingua, un mezzo non solo per comunicare ma anche per perseguire degli scopi. Si spiega così il titolo: le due «guerre» sono, da un lato, quella contro gli anglismi, dall’altro quella contro il presunto maschilismo della grammatica italiana. In breve, ecco come sono svolti i temi. Il primo: se è vero che il ricorso sistematico agli anglismi può risultare fastidioso e venire percepito come pretenzioso e/o maldestro, è normale che una lingua si arricchisca di nuove parole; ed è anzi più un bene che un male. Il secondo: più che la lingua, andrebbe cambiata una certa mentalità maschilista, dacché modificare la grammatica potrebbe portare molti più guai che risolverne. Le tematiche (nel senso che racchiudono più di un tema al loro interno) sono affrontate da Lombardi Vallauri con la consueta attenzione all’argomentazione e una prosa nitida.

La Grande Scommessa (The Big Short), Rizzoli – Michael Lewis

A distanza di anni dallo scoppio della più grande crisi finanziaria di questo secolo (2007-2008), ogni volta che parla, Michael Burry fa notizia. Questo guru di Wall scommise in anticipo sul disastro finanziario che avrebbero causato le obbligazioni garantite dai mutui sub-prime (mutui a rischio di insolvenza del creditore), facendo fare ai suoi clienti e a sé stesso un sacco di soldi. Burry è stato interpretato da Christian Bale nel film The Big Short, La Grande Scommessa, che è prima di tutto un libro. Leggerlo è un modo per cominciare a capirci qualcosa in quella complicata giungla che è la finanza contemporanea. Il ritmo della narrazione è serrato, i personaggi iconici e gli aspetti tecnici vengono quasi sempre glossati; prendiamo il caso delle obbligazioni garantite dai mutui sub-prime: «Un numero enorme di mutui veniva impilato a mo’ di torre, e quella torre veniva poi offerta agli investitori». Per dare conto della bravura dell’autore, ecco quel che scrive nel finale, riassumendo con una metafora culinaria il senso e il fascino della finanza, nonché dei suoi complicatissimi prodotti: «Chi mai si era inventato l’uovo alla diavola? Chi sapeva che un uovo sodo potesse essere trasformato in un piatto così complicato, eppure così allettante?». 

La grammatica presa sul serio (Laterza) – Raffaele Simone

Le frasi sono il palcoscenico di eventi, la messa in scena di stati di cose o processi che avvengono attraverso il linguaggio, la cui funzione precipua è trasmettere un significato. Il significato – il succo della comunicazione verbale – ha due modi per esprimersi: la grammatica e il lessico, i quali si sostengono a vicenda: dove non può la grammatica, interviene il lessico, e viceversa. Ma se, per esprimere un significato, mancano sia la grammatica sia il lessico, allora, interviene una terza risorsa: la pragmatica, cioè la dimensione del contesto e dell’uso del linguaggio. Ne deriva un fatto importante: le lingue dimostrano tutte – nessuna esclusa – la stessa potenzialità espressiva, pur con gradi diversi di complessità. Non esistono, insomma, lingue più geniali di altre: solo differenze nell’economia espressiva; la controprova è che anche le espressioni idiomatiche possono essere tradotte con delle perifrasi. Ma come immaginarci una lingua? Come un arcipelago, afferma Simone, «formato da poche isole grandi e un gran numero di isolotti, a distanze diverse dalle isole principali e tra loro, con una rete di scambi interni». Il libro, pur denso, accompagna con cura e pazienza il lettore in ciascuno dei sui passaggi.

Ha sempre fatto caldo! E altre comode bugie sul cambiamento climatico, Aboca Edizioni – Giulio Betti

Il libro del meteorologo Giulio Betti è incardinato sulla distinzione tra meteo e clima: il meteo è una questione di giorni, al più di settimane; il clima invece si misura negli anni e cambia molto lentamente. Nella storia della Terra il clima è stato a dir poco mutevole. Tuttavia, non era mai stato così rapido nel cambiare, se non in seguito a dei cataclismi. Il clima, infatti, tende a variare di qualche decimo di grado nei secoli e di qualche grado nei millenni. Nel periodo 1880-2023 la temperatura media è cresciuta di 1,15°C, con un’accelerazione negli ultimi cinquant’anni (+0,9°C). C’è poco da fare: l’attività umana è responsabile dell’attuale riscaldamento globale. Ma come? Non è forse vero che Annibale attraversò le Alpi coi suoi elefanti e il vichingo Erik il Rosso approdò in Groenlandia chiamando Terra verde l’attuale landa ghiacciata? Sì, ma l’attraversamento delle Alpi avvenne a ottobre e costò ai cartaginesi fatica, vite umane e molti dei loro elefanti, uccisi anche dal gelido inverno della Pianura padana. Il fuggiasco Erik il Rosso, invece, battezzò così i territori da lui scoperti, per rifarsi una nomea e invitare alla colonizzazione. Detto ciò, non è comunque meglio che faccia un po’ più caldo? No. Innanzitutto, l’aumento delle temperature è disomogeneo, sicché alcune aree subiscono danni ben maggiori di altre. Inoltre, questi fenomeni provocano delle reazioni a catena. Nel Mediterraneo, per dire, da un lato le piogge si fanno d’intensità monsonica e dall’altro la siccità – come in Sicilia – diventa desertificazione. Nel frattempo, specie aliene si intrufolano arrivando dal Mar Rosso e il livello del mare sale.  In questo prontuario per confutare i negazionisti climatici, Betti spiega di come la posta in gioco non sia la sopravvivenza del nostro pianeta, che ha resistito a eventi più traumatici: a essere minacciata è la vita come la conosciamo, ossia gli ecosistemi biologici, adattatisi a sopravvivere a condizioni di temperatura relativamente stabili. Certo, è vero che la tecnologia ha finora arginato molte delle conseguenze del cambiamento climatico e, benché non faccia miracoli, può proseguire a contenere i danni, le spese e le sofferenze che questo fenomeno porta con sé.

Imparare. Il talento del cervello, la sfida delle macchine, Raffaello Cortina – Stanisals Dehaene

L’evoluzione ha conferito agli esseri umani una capacità dal valore inestimabile e decisiva: saper imparare. «La nostra specie ha fatto dell’apprendimento la propria specialità», scrive il professore di Psicologia cognitiva sperimentale Stanisals Dehaene. La tesi dello psicologo cognitivo è questa: rispetto alle macchine, gli esseri umani sono ancora più bravi a imparare; lo si vede in particolare nei bambini, veri protagonisti del saggio, in cui si descrive la loro straordinaria e innata capacità di generalizzare le esperienze (la cosiddetta «benedizione dell’astrazione»); nonché la loro l’abilità nel formulare e gerarchizzare dei sistemi di regole. Formidabile è il modo in cui Dehaene coniuga l’accuratezza scientifica con la realtà concreta dell’apprendimento: c’è il riferimento teorico alle reti neurali e alla struttura del cervello (che, potremmo dire, è la biologia dell’imparare); ma c’è anche la fenomenologia dell’apprendimento dei bambini, del loro sperimentare e fare ipotesi: un lavorio impressionante, spesso confuso con comportamenti insensati. L’ultima parte ha invece la forma di un prontuario, di grande utilità non solo per chi insegna, ma anche per chi vuole tradurre in pratica la teoria dell’apprendimento illustrata nel saggio; sono esposti, infatti, i quattro pilastri dell’apprendimento, che sfruttano quel (per dir così) superpotere di noi umani, che è la facoltà di imparare: l’attenzione, il coinvolgimento attivo, il riscontro dell’errore e il consolidamento.

Imperfezione. Una storia naturale, Raffaello Cortina – Telmo Pievani

La scienza è spesso una sfida al buonsenso. Ma questa sfida, in ultima analisi, serve a far tornare i conti: a comprendere come e perché il mondo funziona proprio così. Anche perché, lungi dall’essere un disegno architettato scientemente, il mondo della vita è l’esito dell’evoluzione, il frutto di una serie di errori e di compromessi che si sono rivelati viepiù adatti alla sopravvivenza. L’obbiettivo di Pievani è tracciare, allora, una storia naturale che superi il trabocchetto (sotto forma di distorsione di prospettiva) del finalismo, che vede nei fenomeni naturali un’intenzione e non il risultato di un processo. Ora, questo processo possiede sì una logica: ma non è pianificata da nessuno. In esergo ai capitoli, Pievani pone dei brani del Candido di Voltaire: già l’illuminista francese si faceva beffa del finalismo, incarnandolo nel dottor Pangloss, ottuso difensore di una visione del mondo e che (ad esempio) considerava il naso una geniale invenzione per reggere gli occhiali. In realtà, anche questa del naso e degli occhiali è una storia che, a suo modo, può dire molto: pur senza togliere l’imperfezione della vista, l’uomo si è ingegnato e ha usato il supporto del naso per piazzarci uno strumento usato per correggere quell’imperfezione. Lo stesso, per tentativi ed errori, ha fatto la natura, un guazzabuglio frutto di errori e imperfezioni che, pur con tutti i loro infiniti difetti, continuano a garantire la vita sulla Terra.

Inferno. La Commedia di Dante raccontata da Claudio Giunta, Feltrinelli

Leggere o rileggere la Commedia di Dante è senza dubbio un’impresa che rischia di lasciare scoraggiati molti tra coloro che la tentano: il mondo da cui proviene, quello del 1300, sembra troppo distante. In aiuto di chi vuole provarci arriva il libro di uno studioso – specialista della poesia italiana tra Due e Trecento – che della chiarezza ha sempre fatto uno dei suoi punti di forza. Giunta accompagna i lettori con la massima cura, nel senso che scrive sotto l’egida di un criterio a cui tiene fede: risultare sempre comprensibile. Grazie a una selezione delle terzine dantesche, limita sapientemente i riferimenti a quello che serve per orientarsi nel viaggio di Dante, ma anche per contestualizzarlo nel suo tempo e sottolineare le distanze dal nostro. Dopo aver letto il volume, sarà più semplice trovare una risposta a chi chiede perché, ancora oggi, abbia senso leggere la Commedia di Dante Alighieri. Chissà se Giunta vorrà fare lo stesso anche col resto del poema, accompagnando i lettori nella lettura delle altre due cantiche, ancora più complesse e meno conosciute.

L’intelligenza del denaro. Perché il mercato ha ragione anche quando ha torto, Marsilio – Alberto Mingardi

L’economia spiega che i prezzi sono degli indicatori sintetici, ossia dei valori che combinano al loro interno diverse variabili: i costi di produzione, la scarsità di un bene, la domanda, ecc. Questi prezzi sono – lo si legge in qualsiasi manuale di economia – il punto di equilibrio tra la domanda e l’offerta. Il luogo più tipico dove questo accade, nelle nostre società, è il mercato, che non solo non è un luogo fisico ben preciso (se ci si pensa, è una metafora), ma anche uno strumento di scoperta del valore di un bene proprio attraverso il sistema dei prezzi. Lo sfondo teorico sul quale si muove il volume (ricco di esemplificazioni e di battute di spirito) è lo sfondo del liberismo economico, che ritiene che una delle forze imbattibili del mercato sia quella di sfruttare la conoscenza distribuita tra tutti gli attori economici: l’esito è una ripartizione (in gergo, un’allocazione) efficiente delle risorse; l’esito è socialmente apprezzabile, dacché comporta l’aumento generale della ricchezza. Il motivo? Detto in modo spiccio: più grande è la torta (che qualcuno deve pure cucinare), più grande la dimensione delle fette che si possono distribuire. È un libro, questo, che andrebbe letto da chi ritiene che il gioco economico sia sempre a somma zero e che esistano delle misure economiche a costo zero.

Insegnare al principe di Danimarca, Sellerio – Carla Melazzini

Quando si parla di scuola, ma non si lavora in quel mondo, si hanno sempre le idee molto, troppo chiare su cosa andrebbe fatto. Tuttavia, basta ascoltare attentamente chi ci lavora per capire che quelle idee, di solito, non reggono a un esame di realtà: la situazione concreta è sempre più complessa. Può aiutare, allora, leggere un libro di chi la scuola l’ha conosciuta davvero e ha sperimentato delle situazioni complicate: si tratta della nuova edizione di un libro scritto da un’insegnante, Carla Melazzini, nata a Sondrio nel 1944 e scomparsa a Napoli nel 2009. Dalla sua Valtellina, Melazzini aveva deciso, proprio a Napoli, di affiancare alla sua attività di docente nelle scuole superiori un progetto di recupero scolastico, detto Chance. Questo progetto si teneva in alcuni dei quartieri più complicati della città; il resoconto dell’attività è l’occasione per esplorare una didattica e una pedagogia sperimentali, basate sul rispetto degli studenti, riconosciuti come esseri umani liberi, calati in un contesto socialmente difficile: lavoratori minorenni; ragazze madri; orfani e piccoli criminali; ragazzi ambiziosi o al limite della disperazione. Un’attività rispettosa ma non buonista, necessariamente ferma nel tentativo di sottrarre gli aderenti al progetto da condizioni miserrime o criminali. Resta impagabile, ma si potrebbe dire unica, non solo la qualità della scrittura, ma anche la profondità delle riflessioni di Melazzini, che liquida retorica e stereotipi, dipingendo dei ragazzi con famiglie, vissuti, corpi ed emozioni ingombranti. Da segnalare, sia l’appendice (una riflessione sul pensiero di Bruno Bettelheim e dei campi di concentramento nazisti), sia l’introduzione di Claudio Giunta.

L’inventore di libri. Aldo Manuzio, Venezia e il suo tempo (Laterza) – Alessandro Marzo Magno

Partiamo dalla fine: dove forse a Venezia sorgeva la stamperia di Aldo Manuzio, oggi c’è una pizzeria. Ma se la pizza è riconosciuta nel mondo come uno dei prodotti più tipici dell’Italia, il libro come oggetto non lo è; ed è un errore. Manuzio comincia la sua carriera come umanista e precettore di greco antico. La sua idea di coniugare lo studio della lingua classica con un’impresa commerciale – la produzione di libri – si concretizza in un svolta culturale storica: la nascita della prima casa editrice. Difficile che tutto ciò sarebbe potuto accadere lontano da Venezia, città dove Manuzio (nato a Bassiano, nel Lazio) emigra per ragioni sconosciute, dopo un lungo soggiorno come precettore a Carpi. La città, del resto, tra Quattro e Cinquecento, è davvero la «capitale del libro» in Europa: «Dal 1465 (…) al 1525, a Venezia si stampa la metà dei libri italiani; dal 1525 al 1550 si arriva a i tre quarti, dal 1550 al 1575 ai due terzi». Ripercorrere le innovazioni merito di Manuzio è impressionante: oltre al formato tascabile, i cataloghi editoriali e le prime collane (chiamate ghirlande da Giolito de’ Ferrari), Manuzio lancia il tondo romano, carattere tipografico opera dell’incisore e orafo Francesco Griffo da Bologna; con qualche aggiustamento, il carattere verrà poi adottato dal «New York Times», diventando il Times New Roman, scelto come carattere predefinito nientemeno che da Microsoft. Ma non basta: aiutato da Pietro Bembo, compie un’altra rivoluzione: introduce in modo sistematico la punteggiatura, così utile da diventare «lo standard definitivo che perdura ancora ai nostri giorni». Infine, c’è la storia di un grande best-seller: affiancato anche qui da Bembo, fa sì che la tiratura del Canzoniere di Petrarca raggiunga nel corso del Cinquecento la cifra strabiliante di centomila copie (qualche migliaio sarebbero già state un grandissimo successo). L’importanza del libro? Bembo scriverà la prima grammatica dell’italiano basandosi sulla lingua di Petrarca, mentre le sue liriche saranno lette a tal punto da fare dire al critico Massimo Onofri che è Petrarca il vero inventore dell’amore moderno. Informazioni e curiosità costellano questo libro che, nell’intento meritorio di rendere omaggio a Manuzio e alla città che l’ha ospitato, rischia però di risultare qui e là un po’ caotico, quasi che a prevalere sia la voglia di trascrivere proprio tutti gli appunti presi.

L’invenzione del boomer, UTET – Matteo Bordone

Nel novembre del 2019 la parlamentare neozelandese Chlöe Swarbrick, allora venticinquenne, pronuncia un discorso sul cambiamento climatico. Un parlamentare più anziano prova a interromperla; lei prosegue, ma non prima di averlo apostrofato così: «Ok, boomer». L’episodio rappresenta, al contempo, la prova del successo della parola e la sua consacrazione mediatica. Boomer è un accorciamento dell’espressione baby boomer, che definisce gli appartenenti alla generazione dei nati nel Secondo dopoguerra, grossomodo tra il 1946 e il 1964 – fase contrassegnata in Occidente da un grande balzo demografico. Tuttavia, da qualche anno, la parola è diventata un’etichetta non solo anagrafica ma anche sociologica. Giornalista del Post, Bordone conduce un podcast quotidiano, dove si occupa volentieri anche della fenomenologia della rete e dei social. Nel libro, ricostruisce la storia del successo della parola, veicolata soprattutto dai memi. Individua inoltre come questa parola abbia percorso una traiettoria che l’ha portata ad assumere un significato sempre più pacificante: dall’essere quasi un’offesa, è passata a indicare una scarsa aderenza con gli aspetti più avanzati del proprio tempo, la cui espressione per eccellenza è la tecnologia. Dunque, l’accezione prevalente di boomer indica chi non è al passo con i tempi, o semplicemente chi si dimostra impacciato con la tecnologia.

L’invenzione della natura. Le avventure di Alexander von Humboldt, l’eroe perduto della scienza, Rizzoli – Andrea Wulf

Il Chimborazo è un vulcano spento delle Ande, in Ecuador. Non è la montagna più alta del mondo ma, data la latitudine, la vetta è la più distante dal centro della Terra. Nel 1802 Alexander von Humboldt si fermò a soli 300 metri dalla cima. Da lassù, contemplò il percorso fatto sin lì, rendendosi conto che l’ascesa era stata come un viaggio da sud a nord: il clima e la vegetazione erano passati da tropicali a pressoché artici; altitudine e latitudine erano, per certi versi, variabili sovrapponibili. L’impresa convinse definitivamente Humboldt che gli elementi naturali – rocce, terre, acque, piante e animali – fossero inestricabilmente interrelati: parlò di affresco della natura (che sarebbe poi diventato un cosmo). Andrea Wulf ha dedicato al naturalista e scrittore tedesco una corposa biografia. Queste pagine non potrebbero descrivere meglio l’ardente voglia di conoscenza di Humboldt: un ribollire di idee paragonabile al ribollire delle forme di vita naturali. Sempre alla ricerca di mezzi per viaggiare e tempo per scrivere e incontrare artisti e studiosi, lo scienziato viaggiò fuori dall’Europa solo due volte: in Sudamerica e nel centro dell’Asia (ma rimpianse sempre di non aver potuto scalare l’Himalaya); gli bastò lo stesso per diventare una leggenda, più famoso ancora del fratello Wilhelm, studioso di lingue e riformatore del sistema scolastico prussiano. Oggi abbastanza negletta, l’opera di Humboldt ebbe invece un’eco sorprendente tra i suoi contemporanei e per tutto l’Ottocento: come racconta Wulf, con la sua persona e con le sue opere, Humboldt costruì intorno a sé una rete di connessioni intellettuali che poco aveva da invidiare a quella naturale: ispirò Goethe e affascinò Darwin; ma fu anche un riferimento per Ernst Haeckel (coniatore del termine ecologia), per lo scrittore Henry D. Thoreau, per il naturalista John Muir e altri ancora. Perciò, se oggi vediamo la natura così come la vediamo, ci suggerisce Wulf, è in larga parte merito di Humboldt.     

L’Italia dei libri, Einaudi – Tommaso Munari

Il primo contatto con un libro arriva dal consiglio di qualcuno, da un post, da una storia sui social, da un articolo, dagli scaffali di una libreria, dalle scansie di una biblioteca. Difficilmente sappiamo, o veniamo a sapere, che cosa sia accaduto prima che quel libro venisse riprodotto o finisse proprio lì. Munari offre l’occasione di scoprirlo, raccontando la storia dell’editoria italiana compresa tra la fine dell’Ottocento e il pieno Novecento. Come ogni grande storia, anche questa ha i suoi eroi: Emilio Treves, Giulio Einuadi, Bruno Mondadori, Giovanni Laterza, Ulrico Hoepli, Nicola Zanichelli, Giangiacomo Feltrinelli, Enzo Sellerio, Luciano Foà, Roberto Calasso, e altri ancora. Ma a colpire ancora di più è la caratura degli aiutanti di questi eroi: Benedetto Croce per Laterza e Leonardo Sciascia per Sellerio; la squadra formata da Leone Ginzburg, Italo Calvino e Cesare Pavese per Einaudi; oppure ancora, Elio Vittorini per Mondadori (ma non prima di avere lavorato anche per Einaudi); Giorgio Bassani per Feltrinelli. Attraverso documenti, carteggi, pubblicazioni, Munari traccia i contorni di questa epopea otto e novecentesca, costellata di libri e di collane editoriali, dalla prospettiva dell’industria e del lavoro culturali: una prospettiva che fa percepire al lettore il lavorio sotteso alla fioritura della cultura italiana, che – lunga vita ai libri! – proprio nella storia dell’editoria trova scritte molte delle sue pagine più belle.

L’Italia di carta. Viaggio tra le pagine che hanno raccontato il nostro paese, il Saggiatore – Antonio Cau

Accostandosi a questo libro, viene da pensare che un titolo altrettanto azzeccato sarebbe stato «paesaggi di carta»: il paesaggista e giornalista Antonio Canu fa tappa in alcuni dei luoghi naturalisticamente più suggestivi d’Italia, facendo ricorso alle sue esperienze personali e, ancor di più, a quanto messo su carta, appunto, da insigni scrittori (del passato recente e remoto, italiani e stranieri). Protagonisti di questa antologia restano i paesaggi, nei quali si intreccia la natura, moltissimo presente e valorizzata da Canu, e la cultura, rispettosa talvolta sì talaltra meno degli equilibri naturali. Va detto che molte specie di piante e animali sono state introdotte, o reintrodotte, dall’uomo; così come alcuni ambienti sono il frutto del secolare lavoro umano. Detto ciò, oggi a maggior ragione, la natura incontaminata è una nostra scelta: decidere di circoscrivere una porzione di territorio facendola diventare area protetta (dalle attività dell’uomo) è onore e onere di quest’ultimo; è un delicato esercizio che deve mediare tra le sacrosante esigenze materiali di chi vive le comunità locali, e la meraviglia e il senso di bellezza che questi luoghi suscitano, e che, come illustra Canu, hanno ispirato pezzi memorabili della letteratura. Nel libro è molto presente il Sud: si fa tappa in Sardegna, nel Gargano e sul Tavoliere, in Lucania, Cilento, Calabria e Sicilia. Ma notevoli sono anche le sezioni dedicate al Nord; si parla di Langhe, Monviso, Dolomiti, delle lagune adriatiche e del delta del Po.

Joker scatenato. Il lato oscuro della comicità, Feltrinelli – Guido Vitiello

Fare ridere è una cosa seria. E misteriosa. Con questo gesto, l’uomo dà prova della sua bonomia; ma lo fa mostrando i denti, proprio come farebbe un animale che cerca di spaventarne un altro. Il riso è svago e dominio, catarsi e persuasione, scherzo e scherno. Di questo fenomeno così umano – come già a inizio Novecento fece notare il filosofo Henri Bergson – si occupa Vitiello. Forte di un’erudizione enciclopedica e di uno stile guizzante di umorismo, Vitiello crea connessioni suggestive tra il fenomeno della risata e alcuni campi del sapere come la psicologia, la sociologia, l’etologia e l’antropologia; senza rinunciare ad alcune puntate nel pop: ad es., la serie Seinfeld e, naturalmente, il Joker filmico e fumettistico richiamato nel titolo. Vitiello riprende l’interpretazione dell’umorismo come forma di aggressività sublimata, ma ne fa risaltare altresì il ruolo di «fluidificatore sociale»: basti pensare al ruolo che esso ha, talvolta, nel toglierci dall’imbarazzo. Allo stesso tempo, l’umorismo può generare tensione e innescare litigi. Paragona, inoltre, il ruolo del comico a quello dello sciamano, e negli spettacoli comici riconosce i contorni di un rito collettivo. Intravede poi nella vittima della derisione la figura del capro espiatorio. Infine, riprende una teoria dello psichiatra William F. Fry; l’ordine delle risate umane, infatti, non sarebbe poi così lontano dal cosiddetto «ordine delle beccate» con cui i polli stabiliscono le gerarchie: «sono in entrambi i casi dei segnali per stabilire rapporti di dominanza-subordinazione».

Jürgen Sparwasser. L’eroe che tradì, Minerva – Giovanni Tosco

Giocò 429 partite, segnando 187 goal, e fu protagonista di un evento sportivo storico e simbolico: la vittoria della nazionale di calcio della Germania dell’Est (DDR) contro la squadra dell’Ovest, nel 1974. Ma uno dei goal, se così si può definire, più rilevanti della sua vita fu la fuga dalla DDR: nel 1988, il campione di calcio Jürgen Sparwasser, insieme alla moglie Christa, abbandonò il Paese per rifugiarsi proprio nella Germania dell’Ovest, contro la cui squadra aveva segnato la rete della vittoria qualche anno prima ad Amburgo. La vita del campione è ripercorsa attraverso il suo medagliere e nella nazionale e nella sua squadra di sempre, il Magdeburgo; trovano spazio anche gli episodi decisivi delle partite, raccontati da Tosco col piglio del cronista sportivo qual è. Nel libro, c’è però anche la ricostruzione di quegli anni, affascinanti – almeno per noi che li guardiamo da lontano – plumbei e senza dubbio difficili; la DDR mise in piedi infatti un apparato di controllo mai visto: grazie alla Stasi, la polizia segreta, si arrivò ad avere 1 spia ogni 59 abitanti. Che la vita fosse dura, lo dimostrano le tante fughe (molte finite in tragedia), alcune a opera, appunto, di campioni sportivi. Tra queste, si narra giustamente della fuga di Lutz Eigendorf, famoso calciatore che fu raggiunto dalla vendetta della DDR, venendo – si scoprì solo in seguito – assassinato. Poi, arrivò il 9 novembre dell’89, e il Muro di Berlino cadde: si può credere che Sparwasser, eroe della DDR, quasi assestandogli uno dei suoi potenti tiri da calciatore, abbia contribuito, con la sua fuga, a farlo tremare.

Il lettore sul lettino, Einaudi – Guido Vitiello

Il libro segue una fortunata rubrica tenuta dall’autore sulla rivista «Internazionale», Il bibliopatologo: questo nome, parlante, riassume le numerose consulenze biblio-psicoanalitiche erogate da Vitiello. Emerge una somiglianza straordinaria tra le nevrosi studiate dalla psicanalisi e il nostro rapporto coi libri: uno spunto per dottissime divagazioni. Con una scrittura che si fa notare per l’impasto di erudizione e ironia, di eleganza e brio, Vitiello abbandona la consulenza individuale e si rivolge a questioni più generali, sempre percorrendo il filo fecondo che nasce dall’accostamento tra la psicanalisi e la bibliofilia. L’autore, del resto, scrisse già qualche anno fa I turbamenti di un giovane bibliomane (Cult Editore), che ne preconizzava la vocazione alla bibliopatologia. Tra le pagine del libro, incuriositi dalle manie degli altri lettori, ci si ritrova a cercare le proprie: lasciate anche voi i libri intonsi o li sfibrate e strapazzate? Li disponete strategicamente per colpire i visitatori? O li ordinate secondo logiche mentali ferree? Oppure ancora, lasciate tutto al caso?

La lettura felice. Conversazioni con Marcel Proust sull’arte di leggere, Il Saggiatore – Guido Vitiello

La lettura è una conversazione in solitudine; coi libri, del resto, ci comportiamo da amici schietti e disinteressati: li abbandoniamo e riprendiamo quando più ci va. Quegli stessi libri sono una promessa (senza troppe garanzie) di conoscenza e di felicità. Poi, c’è un fatto: «La lettura si arresta alle soglie della vita spirituale; può introdurci in essa ma non la costituisce». Ad affermare quanto scritto sin qui è l’autore della Ricerca del tempo perduto, col quale Guido Vitiello si confronta in questo saggio. A partire da alcuni brani della Ricerca e dal saggio Giornate di lettura (riprodotti in blu nel testo) Vitiello ricama un’elegante rete di connessioni, quasi un broccato sul fondo del tessuto proustiano: le fogge degli abiti che escono dal lavoro sartoriale – e noi con loro nell’uso della metafora – sono modi d’interpretare la lettura dal punto di vista dell’antropologia culturale. Grazie a una monumentale e disparatissima cultura libraria, Vitiello sostanzia l’interpretazione del testo – nelle sue metafore e impliciti – costruendo dei percorsi tematici lussureggianti di erudizione, e però lepidi: un barocco dello stile, velato d’ironia, che ci fa transitare per letture inopinate, dotte, bizzarre, grottesche. Due connessioni riempiono di meraviglia: una miniatura a tutta pagina del Maestro di Borgogna e un dipinto di Vermeer, Donna che legge una lettera davanti alla finestra, rispettivamente emblemi di due modi di considerare la lettura, uno «felice» e l’altro «triste». 

Lezioni di felicità – Esercizi filosofici per il buon uso della vita (Einaudi) – Ilaria Gaspari

Accostare le esperienze di vita ai classici del pensiero può rivelarsi scivoloso: rischia di rivelarsi poco credibile. Il libro di Gaspari, invece, lo è: la protagonista, una laureata in filosofia che si guadagna da vivere scrivendo, sperimenta una crisi personale dovuta alla rottura di una lunga relazione e a un trasloco faticoso. La situazione le consente però di rispolverare (letteralmente e letterariamente) alcuni libri sulle scuole filosofiche dell’Antichità: «Che spreco sarebbe, lasciar perdere quel patrimonio di saggezza pratica! Per fortuna, nessuno ci vieta di iscriverci a qualcuna delle loro scuole, quelle che più ci attirano, in un esercizio di felice dilettantismo, in un esperimento esistenziale e filosofico privo di pretese filologiche eppure serio, a modo suo, com’è serio tutto quello che ci spinge a ribaltare le prospettive, a mescolare le carte, a rovesciare i punti di riferimento». Comincia un percorso di rimonta personale: dalla scuola pitagorica la protagonista impara a vincere la pigrizia rispettando delle regole (anche bizzarre); da quella eleatica di Parmenide e Zenone, a non credere che la vita vada sempre in una direzione necessaria; dagli scettici, a diffidare delle convinzioni subitanee; dagli stoici e dagli epicurei, a ridimensionare le aspettative e a troncare ogni radicalismo; dai cinici, a bastare a sé stessa. Nel libro, Gaspari combina l’aneddoto con l’osservanza ai testi; rivitalizza le personalità dei filosofi raccontandone il carattere; scrive in modo chiaro e si aggrappa alla lucida concretezza di chi, come la protagonista, lotta contro la depressione. La formula tra narrativa e saggistica regge bene, soprattutto quando procede per associazione di idee più che per un forzoso gioco a incastro (alcuni episodi sono giocoforza orchestrati per attagliarsi alla scuola filosofica da trattare).

Lezioni di italiano, il Mulino – Giuseppe Patota

A luglio del 2022 è morto in un incidente stradale Luca Serianni. Se n’è andato, dunque, il massimo studioso della lingua italiana. L’insegnamento prezioso di Serianni, però, vivrà ancora grazie ai suoi libri, alle sue lezioni e ai suoi allievi, il primo dei quali (sempre riconosciuto da Serianni come tale) è Giuseppe Patota, già direttore scientifico del Dizionario Italiano Garzanti e condirettore del Nuovo Treccani. L’ultimo libro di Patota non poteva che essere dedicato alla memoria del maestro. Il libro è innanzitutto una splendida lezione su come si possa scrivere in modo chiaro, denso e preciso. Il pubblico destinatario è ampio: «Queste dieci lezioni di italiano non pretendono di raggiungere le platee dei concerti pop (…), ma sono rivolte a un pubblico ampio di destinatari: studenti, insegnanti di lingua e letteratura nella scuola e laureati che aspirano a diventarlo. Il registro in cui sono scritte è quello dell’alta divulgazione: mi sono impegnato a non dare niente per scontato e a spiegare tutto in modo semplice e scorrevole». Rifacendosi a un’antologia di testi tratti dai classici della letteratura (Dante, Machiavelli, Galileo, Leopardi e Manzoni), nella prima parte del volume, Patota compie delle rapide ma incisive incursioni nei punti salienti della linguistica italiana; nella seconda parte, fornisce delle indicazioni e degli strumenti didattici su argomenti quali il lessico, la grammatica, la punteggiatura e la testualità.

Limonov, Adelphi – Emmanuel Carrère

Il recente film Limonov (2024, regia di Kirill Serebrennikov) ha forse dato l’occasione a chi non lo aveva ancora fatto di leggere l’omonimo romanzo di Emmanuel Carrère, edito in Italia da Adelphi. Già qui, però, bisogna ricordare come l’etichetta di romanzo sia inadeguata a descrivere quello che Wikipedia, ad esempio, definisce come «biografia romanzata». Resta il dubbio sul genere: un romanzo-verità o un giornalismo romanzato? Questa pietra miliare della cosiddetta non-fiction novel ripercorre la vita di Eduard Limonov (1943-2020), letterato, vagabondo e attivista russo, figura controversissima, avventurosa, romanzesca, velleitaria, scandalosa e a tratti persino ripugnante. Se la scelta del soggetto resta controversa, lo è molto meno il risultato di Carrère: oltre a seguire una linea narrativa cronologica precisa – le avventure dell’eroe/antieroe Limonov – l’autore francese combina il passo romanzesco con una prosa che, quando si tratta di accelerare il ritmo, pesca dal giornalismo, così come dalla saggistica nella ricostruzione delle cornici storiche attraversate: dalla Russia sovietica post-bellica al governo di Putin. Si viaggia, dunque: nell’Ucraina sovietica (l’infanzia) nella Mosca brezneviana (la formazione letteraria), nella New York degli anni ‘70-’80 (il vagabondaggio e i mille mestieri) a Parigi (la consacrazione letteraria), nei Balcani in fiamme degli anni ’90 (in sostegno alla “causa” serba), nelle prigioni russe del dopo URSS.

La lingua dei meme, Carocci – Debora de Fazio e Pierluigi Ortolano

È una critica azzeccata quella che si muove ad alcuni libri di grammatica, quando si dice che gli esempi riportati suonano artificiosi, lontani dall’uso vivo della lingua. Questo volumetto di Carocci offre agli insegnanti un repertorio di esempi e di espedienti didattici ricorrendo a quel combinato disposto di scrittura – detta, in gergo, scrittura esposta – e immagini che sono i memi. Gli autori del libro, Debora de Fazio e Pierluigi Ortolano, docenti universitari di linguistica italiana, Il pregio del conducono con perspicuità un’analisi articolata; si toccano temi cruciali come l’ortografia, la sintassi, la testualità, la pragmatica, e non solo. Per gli autori, usare i meme come un ausilio per l’insegnamento della grammatica anche in classe non solo è possibile, bensì auspicabile: «Vogliamo […] avanzare una proposta didattica ambiziosa, quella che in fondo ha portato all’idea di questo volume: se il meme ha il potere di arrivare a tutti, in particolare ai ragazzi e agli adolescenti, evidentemente lo si può usare per contribuire a insegnare le regole dell’italiano a scuola o all’università». Segue a questa dichiarazione una serie di esemplificazioni che può tornare utile anche a scuola.

La lingua disonesta. Contenuti impliciti e strategie di persuasione (il Mulino) – Edoardo Lombardi Vallauri

Quanti animali di ciascuna specie prese Mosè sull’Arca? La risposta è questa: nessuno. Mosè non caricò a bordo nessun animale; casomai, a farlo fu Noè. I più attenti si saranno accorti dell’errore. Se invece, come me, siete stati ingannati, non c’è molto di cui preoccuparsi: senza accorgersene, la maggior parte degli intervistati ha risposto «due animali». Si tratta di un esperimento che mostra l’efficacia di una delle strategie linguistiche di cui si occupa il linguista Lombardi Vallauri. Il trucco della frase è semplice: alzare la soglia di attenzione su un argomento preciso del discorso (il numero di animali di ciascuna specie) e fare abbassare quella stessa soglia sulla parte che contiene l’errore (prendere Mosè per Noè). È lo stesso trucco dei prestigiatori: concentrare l’attenzione su un gesto e nel frattempo farne un altro, di nascosto. L’uso di questo metodo nella pubblicità è invalso: per esempio, se di un cibo scrivo che questa’eccellenza italiana si trova sugli scaffali di ogni supermercato (l’esempio è inventato) sposto l’attenzione sul fatto che il prodotto si trovi in un certo luogo, dando per scontato che sia un’eccellenza.

Ecco invece un esempio di strategia linguistica detta implicatura: nell’Ottocento si leggeva su alcuni cartelli nelle scuole della Bretagna: «Vietato sputare e parlare bretone». Ora, i cartelli non dicevano esplicitamente che parlare bretone fosse maleducato come lo è sputare; lo lasciavano intuire. E il punto è proprio questo: la mancanza di esplicitezza. Lasciando a noi il compito di trarre le conclusioni, messaggi siffatti ci costringono ad abbassare la «vigilanza critica»: «L’essenza persuasiva di questi impliciti sta nel fatto che il destinatario, poiché non “vede” l’emittente asserire quel contenuto, e anzi è lui stesso a costruirlo, più difficilmente lo metterà in discussione». Il libro racchiude moltissimi esempi di strategie implicite pubblicitarie e politiche; ne spiega altresì i meccanismi antropologici e  neuro-linguistici sottesi; ed è pervaso da un senso di responsabilità civica: «occorre alzare il livello di consapevolezza della gente sulle cose che limitano il potere di scelta; fra queste anche i fenomeni linguistici. Perché dove non si può più abusare liberamente dello strumento linguistico, manipolare diventa molto più difficile». 

La lingua italiana in 100 date, Della Porta Editori – Fiammetta Papi

Esiste una storia della lingua italiana che intrecci divulgazione e precisione, brevità e completezza, e – perché no? – sia anche avvincente? Sì, ed è stata scritta da Fiammetta Papi, ricercatrice di Linguistica italiana all’Università di Siena. Cento date, dunque. Ovviamente, quelle canoniche sono tutte presenti: i primi riscontri scritti del volgare italiano (il Placito capuano è il primo, ed è datato marzo 960); le nascite di Dante, Petrarca, Boccaccio (così come delle loro opere); la fondazione Accademia della Crusca; le pubblicazioni di classici come le Prose della volgar lingua, i Promessi sposi, i Malavoglia, ecc.; l’invenzione della stampa (compreso l’insostituibile lavoro di Aldo Manuzio), l’istituzione della scuola dell’obbligo; le prime trasmissione radiotelevisive; l’avvento di internet. A queste date se ne aggiungono alcune meno menzionate, ma non perciò trascurabili: la nascita della prima università a Bologna; la pubblicazione dell’Encyclopédie, modello di prosa e di ricerca intellettuale (che all’inizio nemmeno fu tradotta, dati il prestigio e la diffusione del francese allora); l’entrata in vigore della Costituzione della Repubblica Italiana (che Papi definisce, giustamente, «un capolavoro linguistico»). In questo esercizio di sintesi, l’autrice non solo fissa le date fondamentali di questa storia avvincente, ma fa emergere l’importanza delle variabili sociali, economiche, tecnologiche e istituzionali innervanti la storia della nostra lingua. Il volume vanta la prefazione di Luca Serianni. Due date, tra quelle un po’ meno note, che colpiscono: nel 1524, traducendo il De vulgari eloquentia di Dante, il letterato Gian Giorgio Trissino decreta la fortuna dell’espressione lingua italiana; nel 1999, a seguito della legge «Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche», l’italiano viene dichiarato «lingua ufficiale» della Repubblica.

Il mago delle parole, Einaudi – Giuseppe Antonelli

Il mago delle parole è un professore azzimato, coi capelli ingellati tirati all’indietro. Vi racconterà molte cose: che parola deriva da parabola; che la grammatica è glamour (cioè?!); che allenare e anelare hanno lo stesso progenitore; che, citando Rodari, «sbagliando si inventa»; che limone è una parola araba e Galeotto, un personaggio della saga arturiana. Vi spiegherà anche che una lingua cambia in base al tempo, allo spazio e alle circostanze, sicché solo attraverso quelle coordinate può venire giudicata. La punteggiatura, vi preciserà, è più «per l’occhio» che «per l’orecchio» («le pause della punteggiatura non sono scansioni ritmiche, ma logiche»); e le opinioni sulla lingua pullulano di pregiudizi (proprio così «si spiega la distanza tra ciò che molte persone dicono a proposito della lingua e ciò che davvero fanno quando parlano e scrivono nella vita di tutti i giorni»). Giuseppe Antonelli – linguista e, a sua volta, artista e mago delle parole – mette in scena, ambientandolo in una classe delle scuole superiori, un corso di linguistica, parlando di tutto ciò che sarebbe bello ragazzi e ragazze imparassero sull’italiano. Per gli insegnanti di italiano, valga come lettura al limite dell’obbligatorio: vi troveranno una montagna di curiosità e spunti per giochi ed esercizi da portare in classe. Ah, certo: ma in che senso la grammatica è glamour? Ce lo spiega il mago delle parole: dal latino grammatica si è passati al francese grimoire, con cui si appellavano i libri di stregoneria; da lì, glamer, parola scozzese che significava ‘incantesimo’; e infine l’inglese glamour che «allude a un incanto misterioso, a un irresistibile fascino».

La malora (Introduzione di Gabriele Pedullà), Einaudi – Beppe Fenoglio

Le Langhe, oggi meta pregiata di un turismo paesistico ed enogastronomico, sono state una terra durissima. “Pioveva su tutte le Langhe, lassù a San Benedetto mio padre si pigliava la sua prima acqua sotto terra”: ecco l’incipit della “Malora” (Einaudi), libro del 1954 di Beppe Fenoglio. La storia, in un imprecisato periodo tra Otto e Novecento, è quella di Agostino Braida, bracciante mandato a lavorare – ma meglio sarebbe dire “affittato” – presso altri contadini. Il maltempo, la fatica, il lavoro, i lutti, la fame e i soprusi sono vissuti alla stregua di eventi naturali; a essi Agostino contrappone una docile tenacia da mulo. Questo testo (prezioso, dacché isolato nel panorama letterario) racconta la civiltà contadina senza idealizzarla; al contrario, espunge ogni tentazione di attardarsi nella poesia delle stagioni, dei paesaggi e del cibo: sulle Langhe, tutto è faticosamente strappato alla terra; e la città, Alba, è meta di pellegrini contadini, ammaliati e irrequieti, che restano pur sempre, per i cittadini, dei cafoni delle colline. A Fenoglio furono rimproverate, nel romanzo, l’assenza di una possibile redenzione politica, e la lingua; quest’ultima, infatti, è l’italianizzazione del dialetto delle Langhe (la note a piè pagina sono pertanto necessarie). Poco male: finalmente, un personaggio del mondo contadino parla di sé con la propria voce. Il saggio introduttivo è di Gabriele Pedullà: un’ottima lettura per contestualizzare l’opera di Fenoglio; in calce, si trova invece un testo più letterario di Paolo di Paolo.

La marcia turca. Istanbul crocevia del mondo (Marsilio) – Marco Ansaldo

Al centro dell’ultimo libro di Marco Ansaldo, c’è la Turchia di oggi, riscopertasi ambiziosa erede dell’Impero ottomano; e già provvista di un nuovo sultano: Recep Tayyip Erdogan. Ansaldo, corrispondete di «La Repubblica», editorialista e consigliere scientifico della rivista «Limes», guardando alla Turchia usa un paio di occhiali con lenti diverse: una è quella della cronaca, politica e non solo, che gli deriva da anni di esperienza sul campo; l’altra è quella della geopolitica, che mette in prospettiva strategica gli avvenimenti del Paese. Si aggiunge poi la forte fascinazione personale per la Turchia, in particolare per la città di Istanbul. Ne esce il ritratto di un Paese che Ansaldo trova affascinante e contraddittorio: la Turchia perseguita molti dei propri cittadini, ma suscita l’orgoglio di moltissimi altri. A guidarla è un politico abilissimo e cinico, Erdogan, che per Ansaldo ha contribuito in modo determinante a fare tornare la Turchia nel novero delle grandi potenze e un punto di riferimento per la diplomazia di mezzo mondo, come dimostrato dalla guerra in Ucraina; un’impresa complicata, data la fragilità economica del Paese, che in questi anni ha sopportato un’inflazione durissima. Tuttavia, ciò non impedisce alla Turchia di tenere aperti diversi tavoli geopolitici: in Libia e nel Mediterraneo orientale, nell’Africa sub-sahariana e nel Mar Nero, nel Medio Oriente e in Europa.

Medioevo migratorio. Mobilità, contatti e interazioni in Italia nei secoli V-XV (il Mulino) – Ermanno Orlando

Sembra improbabile che dallo studio della storia possano arrivare delle soluzioni per i problemi del presente, migrazioni comprese. Tuttavia, leggere il libro di Ermanno Orlando, medievista e professore associato presso l’Università per Stranieri di Siena, aiuta a mettere in prospettiva proprio la questione delle migrazioni e considerarla, se non strutturale, quantomeno ciclica nelle società umane. Il libro prende in considerazione le migrazioni nella penisola italiana. La prima parte è dedicata alle migrazioni di popolo dell’Alto Medioevo: goti, longobardi, arabi e normanni; masse più o meno numerose di persone che, col passare del tempo, si fusero con la preesistente popolazione latina. La seconda parte, invece, tratta delle migrazioni da e per le città: non si parla più di popoli, ma di mercati, lavoratori, studenti e chierici da un lato, e di comuni e delle politiche messe in atto per gestire, incoraggiare o scoraggiare i flussi di stranieri dall’altro. Ne emerge una realtà in cui si contrappongono episodi di contatto e di collisione, di fusione e di separazione. Ora, non si tratta di situazioni paragonabili a quelle di oggi, ma resta comunque affascinante e a tratti incoraggiante vedere i nostri antenati alle prese con le questioni che emergono dalla convivenza di persone di culture diverse, dai matrimoni alle liti giudiziarie. 

Meglio star zitti? (Mondadori) – Giovanni Raboni

Peccato per le virgolette, disseminate un po’ in tutto il libro: sono tra le poche cose, forse le uniche, che si possono rimproverare alla prosa di Giovanni Raboni, poeta della scuola lombarda, traduttore di Proust e, in questo libro, critico militante. Ecco, provate a toglierle, e la sua scrittura non perderà nulla. Nemmeno quel tratto esitante che – secondo il curatore Luca Daino – derivava anche dai suoi studi di fenomenologia. Più che di recensioni, peraltro, si dovrebbe parlare di stroncature: di libri, di film e di spettacoli teatrali; ma sarebbe riduttivo. Ogni articolo dosa le ragioni di approvazione e disappunto; spesso la partita finisce alla pari. Dal canto suo, il lettore di queste stroncature viene liberato dalla soggezione del ricatto estetico esercitato dall’arte (se non la capisci, allora sei stupido; se non ti piace, allora sei un rozzo). In alcune recensioni si può sentire l’eco della sua professione di poeta: «Ogni morte è una sorta di profezia a rovescio, ci mette sulle tracce di quello che è già successo (di una parola che è già stata detta) e che di colpo diventa, ai nostri occhi, un segno, un segnale». Come è accaduto, per esempio, ai versi di Alexandros Panagulis, il poeta e rivoluzionario greco: «poveri versi impacciati e retorici» a cui «la morte ha restituito lo spessore della realtà (la realtà delle celle d’isolamento, degli scioperi della fame, delle torture) perforando lo specchio cieco o deformante degli ingenui artifici stilistici».

Mercanti di verità. Il business delle notizie e la grande guerra dell’informazione (Merchants of Truth: The Business of News and the Fight for Facts), Sellerio – Jill Abramson

A partire dal 2007 – data simbolo, in quanto fu lanciato allora il primo iPhone – l’informazione è stato uno dei settori più stravolti dalla rivoluzione digitale: il crollo verticale di costi, la proliferazione dei canali mediali, i nuovi supporti tecnologici, le nostre abitudini di lettura delle notizie. La discussione sull’imminente morte della carta stampata ha fatto però perdere di vista la questione centrale: la qualità dell’informazione. L’autrice è una giornalista di lungo corso, prima donna a ricoprire l’incarico di direttrice esecutiva del «New York Times». E proprio sul prestigioso quotidiano newyorkese e sul rivale «Washington Post» da un lato, e sui concorrenti digitali «Vice» e «BuzzFeed» dall’altro, ruota il libro: due modelli di giornalismo, il primo fondato sull’affidabilità e sull’approfondimento, il secondo, sulla logica del clic, dell’effetto wow e della viralità dei social. Al centro ci sono la questione fondamentale degli introiti e il muro sacro che nel giornalismo dovrebbe dividere l’informazione dalla pubblicità. L’inchiesta di Abramson – voluminosa ma dalla scrittura rapida, come nel miglior stile anglosassone – è impastata di fatti, persone, tantissimi aneddoti, testimonianze e dettagli icastici; non ci troverete, insomma, particolari interpretazioni sociologiche o filosofiche, ma quasi soltanto giornalismo d’inchiesta di stampo anglosassone. Il punto di osservazione del volume si limita agli Stati Uniti, che nondimeno costituiscono un osservatorio inaggirabile per guardare anche al nostro futuro.  

Michael Kohlhaas, Fazi Editore – Heinrich von Kleist

Per riparare un torto subito e ottenere giustizia, il mite commerciante di cavalli Michael Kohlhaas imbocca una strada sempre più dolorosa, assurda, violenta: otterrà ciò che vuole, ma perderà tutto. Il tedesco Heinrich von Kleist pubblicò questo breve romanzo tra il 1808 e il 1809, ambientando la vicenda in una Germania settecentesca, o forse secentesca, frammentata in una miriade di potentati embricati tra loro. In Italia, il volume, edito nella collana dei Classici di Mondadori, è disponibile anche nella pubblicazione di Fazi Editore (2020). È una parabola sull’impossibilità di farsi giustizia da sé senza cadere nell’ingiustizia; ed è anche un apologo sull’assurda spietatezza di molti esseri umani. Dal punto di vista morale, questa perfetta macchina narrativa concepisce il male come una malattia endemica tra gli uomini, ripagabile con la stessa moneta, al prezzo dell’autodistruzione. Come si legge sulla copertina dell’edizione di Fazi, il testo piacque molto a Franz Kafka («Non riesco a pensare a quest’opera senza essere travolto dalla commozione e dall’entusiasmo»), il quale «dedicò una delle uniche due apparizioni pubbliche della sua vita ad alcuni passaggi da Michael Kohlhaas». La ragione di questo amore riposa, è probabile, nel realismo con cui sono descritti gli eventi surreali narrati nel libro, cifra stilistica che permea anche l’opera di Kafka.

I miei stupidi intenti, Sellerio – Bernardo Zannoni

Che nella storia della letteratura gli animali pensino e parlino non è una novità: basta pensare a Esopo. Nondimeno, resta una soluzione originalissima quella ideata e messa a punto dal nemmeno trentenne Zannoni: un romanzo sotto forma di favola, il cui protagonista è la faina Archy, con la sua vita, tormentata e avventurosa. In queste pagine, gli animali pensano e parlano tra loro; costruiscono tane che sembrano case, allevano galline e coltivano verdura; e tuttavia non deflettono dall’assecondare il loro istinto ferino: che sia l’attrazione amorosa o la fame più feroce. Archy, però, scopre qualcosa che sembra appartenere soltanto agli esseri umani: scopre Dio, la paura della morte e la scrittura. Il libro affronta l’amore e la solitudine, la felicità e la disperazione, provando a dare una risposta su quale sia, sulla Terra, l’unica forma di trascendenza, o di salvezza. Ma davvero sorprendente è l’uso dell’espediente narrativo di adottare la prospettiva di un animale, doppiamente efficace. In primo luogo, perché offre un’angolatura inedita, mostrando la violenza della ferinità – a tratti quasi difficile da sostenere – cruda ma non crudele (dacché incolpevole), e lo fa lungi dal cadere in un facile animalismo. In secondo luogo, perché mostra la potenza evocativa della parola scritta: e questo sia all’interno della storia, sia costruendo un mondo possibile che può esistere, e resistere nel tempo, solo grazie alle pagine di un libro.

Miracoli. Vita e talenti di Edward Bernays, leggendario maestro della propaganda, People – Serena D’Angelo

31 marzo 1929; è la domenica di Pasqua, e lungo la Fifth Avenue (New York) sfila un corteo di donne che compiono un gesto inconsueto: fumano. L’evento “Torches of Freedom”, per quanto poco salutare, sembra una dimostrazione di emancipazione, un avanzamento per l’uguaglianza di genere: allora non era costume che le donne fumassero in pubblico. Dietro la manifestazione, però, ci sono due uomini: il presidente della American Tobacco Company e di Lucky Strike, George W. Hill, e (colui che si ritenne) l’inventore delle pubbliche relazioni, Edward Bernays. A quest’ultimo, Serena D’Angelo ha dedicato questo saggio. Bernays fu, nel corso della sua lunga vita, più persone: un persuasore occulto alla Vance Packard e un pubblicitario; un massmediologo e un lobbysta. Parlare di Bernays consente di cimentarsi con la cultura di massa statunitense del Novecento, tra grandi companies, politica e cittadini trasformati in consumatori. Oltre a Gustave Le Bon (autore di Psicologia delle folle), a segnare l’intellettuale Bernays fu, in particolare, Sigmund Freud, di cui era nientemeno che il nipote. Il libro di D’Angelo procede per gustosi episodi, contrappuntando in modo leggero e conciso osservazioni cronachistiche e teoriche. Il volume non è solo un esempio di eccellente giornalismo saggistico, ma anche un prontuario, piacevole da leggere, per colmare una lacuna culturale, molto italiana; ed è imprescindibile per chi vuole occuparsi di comunicazione. Bernays peraltro, spiega D’Angelo, fu mitografo di sé stesso, lasciando ai posteri il proprio archivio; e cercò anche di presentarsi come un paladino di cause virtuose, opponendosi alla Guerra in Vietnam o lasciando che la moglie firmasse col proprio cognome da nubile.

Un miracolo non fa il santo. La distruzione creatrice nella società italiana, 1861-2021, IBL Libri – Nicola Rossi

Dati alla mano, una rilettura della storia economica dell’Italia unitaria è possibile. Si prendano 4 galassie di dati: la crescita relativa dell’Italia in rapporto agli altri paesi occidentali; il numero di brevetti; gli avvicendamenti aziendali (turnover); l’allocazione della spesa pubblica. Da una disamina accurata di questi dati si può sostenere che il vero catching-up – il momento in cui l’economia italiana ha corso più delle altre – è stato tra il 1947 e il 1964: 15 anni così straordinari da meritarsi il nome di «miracolo economico». È questo, va detto, un libro difficile; e però chiarissimo nella sua tesi cardine: gli anni del miracolo economico sono stati un’eccezione. Anni del Boom a parte, l’economia del nostro paese, infatti, ha prosperato grazie al traino dei partner commerciali più aperti all’innovazione: il nostro, scrive Rossi, sarebbe «un Paese di santi, poeti, navigatori ma soprattutto – e nel migliore dei casi – di copioni». La struttura della società italiana ha favorito la conservazione dello status quo (rendite di posizione e corporazioni comprese). Nel Secondo dopoguerra, invece, è accaduto qualcosa di inusitato: la Liberazione ha portato con sé la fiducia nello «spirito di iniziativa» e nella «volontà di riscatto» degli italiani. Non è durato molto: già con la seconda metà dei ’60, l’Italia è tornata a essere un Paese mediamente refrattario “a misurarsi con gli elementi costitutivi di un’economia di mercato: il tentativo, l’impresa, il rischio, il successo e il fallimento”. Rossi riassume la condizione dell’Italia in una celebre canzone di Luciano Ligabue, “Una vita da mediano”. Il volume presenta un’enorme quantità di dati, molti dei quali affidati a un apparato di appendici, a uso degli specialisti; nondimeno, nelle sue parti discorsive, la limpidezza dell’argomentazione rende il volume accessibile al più largo pubblico.

Miti vaganti. Leggende metropolitane tra gli antichi e noi, il Mulino – Tommaso Braccini

Autostoppisti fantasmi, coccodrilli nelle fogne, scie chimiche, vipere paracadutate dagli ambientalisti, complotti governativi alla ricerca dell’autodistruzione: si potrebbe pensare che queste leggende metropolitane siano tipiche delle società contemporanee, alle prese col proliferare dei cosiddetti alternative facts. A ben vedere, esiste un gran varietà di queste storie, nello spazio e nel tempo: pur con fogge diverse, sono infatti gli stessi sentimenti ancestrali a presentarsi, spesso emanazione delle nostre paure più profonde. L’autore, docente di Filologia Classica e Lingua e Letteratura Greca presso l’Università di Siena, attinge soprattutto dal repertorio delle fonti antiche, greche e romane, suo specifico ambito di studi, ma si rifà anche ad altre tradizioni leggendarie, come la cinese, l’araba e l’anglosassone. E così, l’autostoppista fantasma ha varianti ottocentesche (la macchina scompare ma resta lo spettro che si fa accompagnare, a piedi, dopo un ballo, verso un lugubre cimitero); ma si presenta anche in versioni orientali e antiche. Allo stesso modo, il coccodrillo albino delle fogne newyorkesi è stato anche un mostruoso re dei ratti (a sua volta bianco, in ragione della sua oscura dimora), nonché un maiale/cinghiale infestante nel sottosuolo londinese. Curiosamente, questo animale ha un suo antecedente anche nella leggendaria piovra che si diceva, ai tempi dell’antica Roma, risalisse le cloache per cibarsi di pesce essiccato.

La moda della vacanza. Luoghi e storie 1860-1939 (Einaudi) – Alessandro Martini e Maurizio Francesconi

Ecco un’epoca che per una ristrettissima classe di privilegiati fu fatta di lusso, balli, terme, casinò, ristoranti e hotel. A leggere questo libro, viene da pensare che la Belle époque si guadagnò il suo titolo proprio perché coincise, appunto, con la moda della vacanza. Prima di allora si viaggiava e soggiornava in qualche località solo per ragioni di commercio o di studio. Dai primi dell’Ottocento, invece, dopo l’esperimento delle Terme di Bath, divenne sempre più chiaro che le vacanze potevano trasformarsi in un business senza precedenti; un privilegio destinato, appunto, a un pubblico esclusivo, composto da «famiglie imperiali e reali, principi e principesse, magnati e alto borghesi, artisti, scrittori, musicisti, poeti, giocatori d’azzardo e dandy d’ogni genere». Il libro è un catalogo, anche illustrato, delle architetture, degli abbigliamenti e dei nomi celebri che popolarono le località più alla moda di quegli anni: dalle terme alle località sciistiche, dalla Costa Azzurra all’Orient Express, dall’India alla Cina coloniali. Una curiosità: il Mediterraneo, d’estate, venne considerato fino agli anni Venti del Novecento un luogo poco salutare. È interessante notare, poi, che già allora sbandierare il soggiorno nelle località turistiche di principi, regnanti e artisti era un’ottima strategia di marketing. In mancanza di teste coronate di passaggio, si ricorreva all’apertura di un Casinò; come capitò a quel tratto di costa «inospitale» chiamato Monte Carlo. Dopo la Prima Guerra mondiale quell’epoca – senza troppo rimpianto per chi ne era da sempre rimasto escluso – cominciò a tramontare.

Nel giardino dei libri, Mauvais Livres – Lina Bolzoni

«Quando muoio vorrei che qualcuno ne informasse i miei libri» ha scritto Alberto Manguel, facendo eco a una poesia di Emily Dickinson, «I haven’t told my garden yet» («Non l’ho ancora detto al mio giardino»). La metafora che accosta i libri e le biblioteche ai giardini e alle loro meraviglie dà il titolo anche alla raccolta di articoli di Lina Bolzoni. L’autrice è un’italianista, che è stata docente alla Scuola Normale Superiore di Pisa ed è specialista del periodo che va dal tardo Medioevo alla prima Modernità, al centro del quale riluce il Rinascimento. Su invito del poeta Valerio Magrelli, Bolzoni ha concesso una parte cospicua della sua collaborazione con l’inserto domenicale del «Sole 24 Ore» alla casa editrice romana Mauvais Livres, che ha pubblicato questi articoli, impreziositi da immagini di qualità. Tra i libri e con i libri, Bolzoni svela una produzione culturale vasta e intricata, raccontandola con uno stile nel quale si riflette anche la personalità garbata dell’autrice. I racconti sui libri – quasi piante – si intrecciano con le immagini e l’immaginario; con l’arte di raccontare e quella di ricordare (l’antica mnemotecnica); con bellissimi excursus su classici come l’Orlando Furioso,studiato a lungo da Bolzoni; e con vicende intellettuali affascinanti, come la presenza della cultura italiana nell’Inghilterra del Cinquecento.

Nero. Storie mai raccontate dal continente alla diaspora (Neri Pozza) – Amat Levin

C’era da aspettarselo: della storia dell’Africa sappiamo poco o niente. Questa è la consapevolezza che affiora dalla lettura del libro. E però, non si poteva chiedere di meglio a Levin – giornalista e podcaster svedese di origini gambiane – se l’intento era colmare l’immensa lacuna, nella nostra conoscenza collettiva, rappresentata dalla storia del “continente nero”, cioè l’insieme delle regioni e dei popoli dal Sahara in giù. L’ampio saggio è una raccolta di articoli, più o meno brevi che, seguendo un ordine cronologico non rigido, raccontano personaggi ed episodi tratti dall’arco plurimillenario delle vicende del continente. Si resta sbalorditi dalle varietà umane e di civiltà descritte: credenze animistiche, cristianesimo e islam; culture pastorali, agricole e mercantili; gradi di sviluppo che vedono coabitare capanne di fango e sofisticate architetture; resistenze e connivenze con lo schiavismo musulmano e occidentale; tragedie ed esempi di fierezza coronati dal successo. Va detto che la tratta degli schiavi allarga l’orizzonte del racconto: ci si sposta in Europa e, soprattutto, in America, dove ancor oggi vive una seconda Africa. Spiace non potersi diffondere sul regno etiope (cristiano) che ospitò Maometto e salvò l’islam al suo nascere; così come nemmeno sull’ostinata resistenza – siamo nel ‘600 – della regina Nzinga contro i portoghesi, e tanto altro. Ma, appunto, il libro serve proprio a spalancarci un mondo che sinora, lontano nel tempo, ma sempre meno nello spazio, serve osservare con crescente attenzione.

Non leggete i libri, fateveli raccontare (Neri Pozza) – Luciano Bianciardi

Neri Pozza ha pubblicato un libretto di pregio, che raccoglie sei articoli realizzati da Luciano Bianciardi per il settimanale ABC nel 1966. Il titolo è tratto da uno dei pezzi che compongono questo speculum principis alla rovescia: anziché essere un manuale di virtù o, come si direbbe oggi, di buone pratiche, raccoglie una precettistica che si rivolge a dei mediocri ma ambiziosi operatori culturali, aspiranti intellettuali e arrivisti. Questo stratagemma antifrastico – le idee dell’autore sono opposte alla lettera del testo – fa scaturire il sorriso e provoca l’urto spiritosamente disarmante tra la retorica e il cinismo propri dell’industria culturale: «Se nella nostra mente è chiarissimo il fine da proporre al Nostro Giovane Lettore (raggiungere il più alto piolo possibile della scala della cultura), niente affatto chiaro ci è che cosa propriamente significhi cultura, assolutamente oscura la connotazione dell’intellettuale. E oscura bisogna che resti». Il tono degli articoli è deformante, iperbolico, ma quasi sempre funzionale a fare emergere i dettagli in modo incisivo: c’è inoltre da restare increduli di fronte alla bravura in brani in cui Bianciardi descrive alcune pose e gestualità (mani, sguardo, tic ecc.) tipiche da intellettuale. Non mancano poi degli affondi sociologici, impressionanti per l’epoca: «Poi (…) si scopre che l’operaio è fatto esattamente come ogni altro uomo, e perciò vuole esattamente quello che vogliono gli altri (…): il frigorifero, l’utilitaria, la camicia bianca, la domestica a ore, i film di James Bond. Aspira a identificarsi col ceto medio (…) mentre il ceto medio vuole salire sopra la media, distinguersi, anche nella cultura». 

Non siamo mai stati sulla terra (Il Saggiatore) – Rocco Tanica

L’intelligenza artificiale può fare ridere? Sì, se impara da chi il mestiere lo conosce. Il musicista degli Elio e le Storie tese è da tempo impegnato nella letteratura comica e umoristica con risultati notevoli; basta leggere la divertente autobiografia pubblicata da Mondadori, Lo sbiancamento dell’anima. L’ultimo libro di Tanica, invece, è scritto a quattro mani – sempre che si possa dire così – insieme a Chat GPT (che, al momento della pubblicazione del libro, doveva però ancora raggiungere la sua fama mondiale). Con due caratteri di stampa diversi, l’autore segnala i pezzi scritti in prima persona e quelli generati dal software: non c’è una vera storia, ma un insieme di episodi comici surreali, tenuti insieme da un immaginario dialogo tra la macchina e l’autore, nell’albergo Grand Hotel Plaza del paese fantasma di Consonno (Lecco). Il sistema automatizzato ha imparato bene alcuni tratti dello stile surreale e deformante di Tanica; in certi casi, si mostra persino in grado di superarlo per arditezza nei collegamenti e negli slittamenti di senso. Il retro di copertina riportata una nota di Daria Bignardi: «Un sorprendente, divertentissimo incrocio tra David Foster Wallace e il Mago Forest». Volendo divertirsi nel gioco, si può dire che sembra di leggere anche un incrocio tra Woody Allen e Nino Frassica.

Il nostro latino quotidiano, Franco Cesati Editore – Francesco Crifò

Sarà pure una lingua morta; ma sta di fatto che, in italiano e non solo, il latino sembra riappaia ogni volta che può. Certo, non è sempre facile esserne consapevoli. Il motivo è che il latino non è soltanto la lingua da cui hanno avuto origine l’italiano e – il nome è parlante – le altre lingue neolatine: è stata la più longeva lingua di cultura d’Europa, almeno sino al XIX secolo. E anche oggi il latino torna a farsi sentire. Lo fa in forme inedite, almeno nel significato: è il caso degli anglo-latinismi, quei prestiti dall’inglese di chiara derivazione latina, come media, data, forum, quorum, e molti altri ancora. Al tema ha dedicato un saggio Francesco Crifò, uscito per la collana Italiano di oggi di Franco Cesati Editore; l’autore è ricercatore di Linguistica Italiana all’Università di Salerno. Nella prima parte del saggio, Crifò svolge una campionatura cronologia e tematica della presenza – latente o manifesta – del latino negli scritti dell’italiano. Nella seconda, analizza la presenza multiforme del latino negli usi della nostra lingua. Il saggio è una guida preziosa sia per sviluppare una certa sensibilità etimologica, sia per ripassare – o imparare a usarle sapientemente, giacché l’errore è spesso dietro l’angolo – alcune espressioni latine. Del resto, come spiega l’autore, «un piccolo bagaglio di riusi inalterati di sintagmi, locuzioni o intere frasi latine è parte integrante di qualsiasi repertorio comunicativo che aspiri a un certo grado di ricchezza ed eleganza e dovrebbe essere compreso da chiunque, se non adoperato attivamente».

Notizie dal passato. Cronache archeologiche del XXI secolo, Mimesis – Valentina Porcheddu

L’archeologia è una scienza che si occupa del passato ma che riguarda anche il presente; basta pensare agli sforzi economici che servono per salvaguardare il patrimonio archeologico di un Paese come il nostro. Non sempre, però, sono ben chiari il perché e il modo in cui questo patrimonio vada custodito. In questo volume (una raccolta di articoli pubblicati perlopiù sul «Manifesto») l’autrice, archeologa e giornalista, traccia il ruolo dell’archeologia oggi: un’opera di ricerca scientifica sul passato e di edificazione della memoria, lontana dall’antiquariato e dal collezionismo. Partendo dall’Italia, Porcheddu critica la comunicazione sensazionalistica e pubblicitaria che talvolta adombra, talaltra mistifica il valore dei reperti. Si sposta poi in Grecia, per descrivere la politica di conservazione dell’inestimabile patrimonio del Paese. Poi, passa ai musei vulnerati e alle rovine martoriate dall’incuria e, peggio, dal terrorismo e dalla guerra: dal Nord Africa (l’attentato avvenuto nel Museo del Bardo a Tunisi, ad es.), all’Asia (i Buddha rupestri di Bamiyan, distrutti dai talebani), al Vicino Oriente, dedicando diversi articoli allo scempio di Palmira. La consapevolezza è che non basta mandare squadre di specialisti a salvare o a ricostruire (più o meno discutibilmente) i siti archeologici: serve soprattutto che le comunità che ospitano queste testimonianze siano coscienti del loro valore storico e memoriale.

Novelle, BUR – Federico De Roberto

BUR ha raccolto in questo volume un’antologia dei racconti dello scrittore siciliano – nato a Napoli ma quasi sempre vissuto a Catania – Federico De Roberto (1861-1927). È l’autore di un libro, I viceré, che fu un violento atto d’accusa contro la classe dirigente siciliana e nobiliare del Risorgimento, rappresentata, nella finzione letteraria, dalla famiglia Uzeda; varrebbe la pena ricordare il romanzo anche soltanto per la sarcastica deformazione della celebre frase di Massimo D’Azeglio: «Ora che l’Italia è fatta, dobbiamo fare gli affari nostri». Il vertice della raccolta in questione, che pure offre pregevoli ritratti anche di nobili e borghesi, è raggiunto dal ciclo sulla Prima Guerra mondiale, Novelle militari e di guerra; oltre alla struggente La posta, è da menzionare La paura, una storia sconvolgente che parla del disprezzo di alcuni comandanti militari per la vita umana: a farne le spese sono sei fantaccini italiani, mandati incontro a morte certa; lo scopo: difendere una piazzola il cui accesso è una strettoia presa di mira dai cecchini austriaci. Un altro elemento da notare è il ricorso realistico e non macchiettistico ai dialetti italiani, rappresentazione veritiera di un’Italia ancora plurilingue e dialettofona. Il lavoro di raccolta, preceduto da un’introduzione a sua firma, è stato a cura di Nunzio Zago; la prefazione è di Francesco Piccolo.  

Occidenti e modernità. Vedere un mondo nuovo (il Mulino) – Andrea Graziosi

Meglio non parlare di un solo Occidente, ma di Occidenti; e meglio definire il nostro mondo non semplicemente «moderno», ma «Moderno maggiore» e «maturo», come fa Andrea Graziosi, storico che si è a lungo occupato di Unione Sovietica – da lui intesa come «Moderno minore», in ragione di un dato difficilmente contestabile: l’aspettativa di vita inferiore. Oggi Graziosi si occupa prevalentemente dei problemi del nostro presente: viviamo in Paesi in crisi demografica e sempre più anziani, conservatori per natura (chi non rimpiange la propria giovinezza?); Paesi sempre meno competitivi, nei quali molti privilegi sono considerati come dei diritti intoccabili e dove vige, se vige, una meritocrazia a tratti ottusa, che premia soltanto chi ce la fa. Per non rinunciare agli ideali di libertà e democrazia finora garantiti da un livello di prosperità e benessere mai visto nella storia dell’umanità, serve partire da una dura ma necessaria diagnosi del presente: solo così si può pensare a politiche che, senza la pretesa di prevedere il futuro, tramandino a chi verrà i valori e le istituzioni in cui crediamo. L’affermazione può suonare retorica; ma lo è tutt’altro per chi legge il libro, fatto di documentazioni puntuali e ragionamenti convincenti. 

L’ordine nascosto. La vita segreta dei funghi (Entangled Life. How Fungi Make Our Worlds, Change Our Minds and Shape Our Futures)Marsilio-Feltrinelli – Merlin Sheldrake

Questo è un caso in cui il titolo originale del libro va tenuto presente; in particolare, la «vita intricata» è la vita sotterranea dei funghi, dove crescono i miceli: questi filamenti tessono una struttura reticolare che serve ai funghi per nutrirsi ed esplorare il terreno. L’esplorazione è sorprendentemente efficiente: quando in un laboratorio è stato predisposto del terreno che riproduceva gli ostacoli urbani di Tokyo e i grandi centri abitati dell’Inghilterra, i miceli sono cresciuti ricalcando il tracciato della metropolitana e delle reti stradali delle rispettive zone. Oltre a indagare questi e altri sorprendenti fenomeni, Sheldrake invita a un cambio di prospettiva: uno sguardo «micocentrico» – che mette al centro i funghi – ci permetterebbe di illuminare alcune dinamiche biologiche, così come di ripensare il concetto di individuo biologico. Del resto, i funghi hanno un ruolo fondamentale nella trasmissione di nutrienti tra le reti di radici degli alberi; fanno parte integrante di alcuni organismi simbiotici come i licheni; sono protagonisti di parassitismi degni di un film horror (è il caso delle «formiche zombie»). La vetta visionaria del libro arriva con un’intuizione di Terence McKenna: secondo lo scrittore e naturalista, il senso di espansione dell’io che si prova assumendo dei funghi allucinogeni, e che arriva a mettere in dubbio persino la propria individualità, è la cosa più vicina al modo in cui un fungo, se potesse, penserebbe a sé stesso. 

Ognuno per sé e Dio contro tutti, Feltrinelli – Werner Herzog

Si potrebbe giocare col titolo di questo mémoire: Ognuno per sé e io contro tutti. Si forzerebbe il significato, certo, ma emergerebbe il titanismo artistico del regista tedesco. Si tratta, in particolare, di una sfida lanciata alla natura e ai suoi elementi, ma anche ai limiti degli esseri umani: questi elementi contraddistinguono la larga parte dei suoi film, ma quella sfida è anche il modo con cui Herzog cerca la verità: una verità di natura estetica, restituibile solo attraverso delle immagini girate, appunto, al limite dell’umanamente possibile. I fan del regista troveranno qui raccontati gli snodi fondamentali della sua vita, ma anche aneddoti cinematografici e personali; anche se, per capire il rapporto tra Herzog e il suo attore feticcio, Klaus Kinski, resta imprescindibile il film Kinski, il mio nemico più caro (Mein liebster Feind – Klaus Kinski). Herzog cerca di correggere una certa interpretazione della sua attività artistica, ormai quasi leggendaria e fonte d’ispirazione per tanti: la sua non è follia, ma rischio calcolato per raggiungere non l’impossibile ma, appunto, i limiti del possibile; ce li fa osservare da vicino, trovandosi spesso e in prima persona in situazioni molto scomode o pericolose: alla sua tempra e tenacia straordinaria va tutta la nostra invidia.

Il pasto gratis. Dieci anni di spesa pubblica senza costi (apparenti), Mondadori  – Veronica De Romanis

Nel presentare questo libro, Paolo Mieli ha detto che andrà fatto leggere ai cittadini del futuro: solo così capiranno la situazione nella quale si saranno trovati a vivere. Da anni, l’Italia sembra una Repubblica non più fondata sul lavoro, bensì sulla spesa a debito, fatta perlopiù di elargizioni – i famigerati bonus – che blandiscono e ammansiscono l’elettorato. Ma che pesano sempre di più sulla tenuta dei conti pubblici e sulle possibilità di spesa dei cittadini del futuro. Dalle misure di Matteo Renzi a quelle volute dai due governi a guida di Giuseppe Conte, dalla continuità del pur blasonatissimo Mario Draghi alla presa di coscienza del governo di Giorgia Meloni, Veronica De Romanis illustra come molte delle iniziative economiche messe a punto in questi anni si siano basate sull’illusione che potessero essere facilmente ripagate dalle loro ricadute positive: delle promesse poi smentite. O, peggio ancora, che quelle misure non avessero costi. Nella realtà, come diceva un celebre adagio anglosassone, poi reso celebre dall’economista Milton Friedman, non ci sono, appunto, pasti gratis (There’s No Such Thing as a Free Lunch, titola un suo libro). De Romanis ha lavorato per il Ministero dell’Economia e delle Finanze ed è docente alla Stanford University e alla Luiss Guido Carli.  

Il partito degli influencer. Perché il potere dei social network è una sfida alla democrazia, Einaudi – Stefano Feltri

Non si può, sino a qualche tempo fa, non avere un’opinione sui Ferragnez; così come ancor oggi non si può restare indifferenti nei confronti dei social network. Pena: la condizione degli anacoreti, i religiosi che per trovare il giusto raccoglimento si ritiravano nel deserto. Feltri rende conto dei meccanismi della popolarità e della viralità dei social network, individuandone sia i modelli di business sia i conflitti d’interesse, più o meno nascosti. Il quadro è di una galassia trasparente e persino inquietante: difficile distinguere gli influencer mossi dal desiderio di postare i propri contenuti da quelli a libro paga di aziende, multinazionali o autocratici asiatici. Scrive Feltri: «Se diventa impossibile distinguere quello che è autentico da ciò che è pubblicità o, peggio, manipolazione, la qualità del nostro spazio pubblico digitale è a rischio. E se pochi individui, forti di un vasto seguito, possono usare la loro visibilità e influenza per indirizzare milioni di persone là dove è richiesto dal committente, allora anche la nostra democrazia viene messa in discussione». Ma quanti sono davvero consapevoli della manipolazione degli influencer? Non sarebbe meglio che a intervenire fossero delle autorità pubbliche per tutelare i cittadini e i consumatori? Scrive Feltri: «è importante chiedersi se e come si possano regolare, in modo da salvarne l’impatto (…) di mero intrattenimento, e arginare i rischi di manipolazione».

Passaggio in Sardegna, Giunti – Massimo Onofri

Dotta, godereccia e compiaciutissima, questa è, di fatto, una guida turistica: tappe culturali, certo, ma anche ristoranti (dei quali si riportano persino i menu e la croccantezza del fritto) e spiagge assolate. Onofri, critico letterario, alterna nella sua prosa rilassata e distesa – ancorché, spesso, leziosa – descrizioni di bellezze materiali e immateriali, paesaggi naturali e umani; rendere conto altresì delle comunità intellettuali e culturali sarde. Ogni pagina è comunque pervasa dall’amore per questa sua terra adottiva: nato e cresciuto a Viterbo, da anni insegna all’Università di Sassari. Il tono distesamente affettuoso lo si coglie aprendo il libro quasi in ogni sua parte. Si prenda, ad esempio, questa descrizione di Alghero – luogo di residenza di Onofri – dove la solarità dell’isola si riversa anche in un contesto urbano: «Ma torniamo alla piazza Civica: la più elegante della città, con le sue lussuose boutique di corallo che, poi, si moltiplicano e si disseminano con offerte per tutte le tasche e per ogni esigenza e gusto, anche lungo il percorso della bella, festosa, allegra via Carlo Alberto, che è per tutti gli algheresi il vero e unico corso cittadino». Non stupisce che alcuni dei brani siano stati antologizzati anche dalla Guida Verde del Touring Club sulla Sardegna.

Perché contare i femminicidi è un atto politico, Feltrinelli – Donata Columbro

Fornire dei nudi dati sui femminicidi può sembrare già abbastanza eloquente: nel 2023, sono stati 51mila a livello globale; mentre in Italia, su un arco di tempo molto più lungo, dal 2002 a oggi, ne sono stati compiuti almeno 2.500 circa. Ma da dove arrivano questi dati? E poi: che cosa intendiamo esattamente per femminicidio? In Perché contare i femminicidi è un atto politico (Feltrinelli), la giornalista ed esperta di dati Donata Columbro parte da un fatto: in molti Paesi, tra i quali il nostro, non esistono delle banche dati istituzionali sui femminicidi. Il tragico conteggio è affidato quasi sempre a delle associazioni; in Italia, ad esempio, se ne occupano associazioni come la Casa della donna di Bologna e Non una di meno. Questa carenza, tuttavia, è solo un aspetto del problema: anche ridurre a mera contabilità queste violenze è un errore. Il punto è che ognuno di questi casi va ripercorso per capire come si è giunti all’irreparabile; solo così diventa possibile individuare degli schemi ricorrenti. Mera curiosità statistica? Non scherziamo: farlo serve a mettere a punto delle misure efficaci di prevenzione; questo vale per i gesti più estremi, certo, ma anche per qualunque forma di violenza o sopruso. A guardar bene i dati, del resto, si intravede un problema che ha radici sociali, economiche e culturali profonde; come dice Columbro, “radici sistemiche», che portano ogni femminicidio a essere «un fatto politico, pubblico”. Per quanto concerne i dati menzionati all’inizio: il primo è dell’Ufficio dell’ONU per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (Unodc); il secondo, dell’Istat (ma al dato andrebbero aggiunte altre 801 vittime di assassini non identificati).

Il ponte sulla Drina, Mondadori – Ivo Andrić

Quattro secoli di storia balcanica in un romanzo epico, corale, ambientato tutto intorno al celeberrimo ponte della città di Višegrad. Pubblicato 1945 e oggi disponibile nell’edizione Mondadori, il romanzo racconta non solo di questa straordinaria infrastruttura, che a lungo collegò due Paesi: Bosnia e Serbia; il libro è anche una storia di incontri e scontri tra uomini, regni, popoli, civiltà, religioni, fedi politiche, interessi, amori, ambizioni. Da allora, questo libro è rimasto uno dei capisaldi della narrativa per comprendere la storia dei Balcani, o quantomeno per avvicinarsi a farlo; terre lacerate e insanguinate, eppure dotate di una grande vitalità e – viste da qui – anche fascinosamente esotiche. Certo: cercare in questo libro delle risposte sul presente è inutile; bisogna lasciarsi allora trasportare dalla bellezza delle pagine di Andrić: sì, la metafora di una scrittura che scorre maestosa come un fiume è inevitabile. Nel libro, trovano spazio sia la storia, grande e crudele, sia le piccole storie delle comunità che si avvicendano intorno a quel magnifico ponte. Fu costruito dal gran visir Mehmed Pasha Sokolović, originario proprio di quella regione balcanica, durante l’occupazione ottomana nel XVI secolo, e che fu distrutto nel corso della Prima guerra mondiale; assistette dunque alla lunga dominazione turca e soccombette nel conflitto tra il nazionalismo serbo e le mire espansionistiche del Regno austroungarico. 

La promessa (Das Versprechen), Adelphi –  Friedrich Dürrenmatt

In un viaggio di ritorno da Coira, Svizzera – dove ha tenuto una conferenza sul romanzo poliziesco – uno scrittore lascia che un poliziotto in pensione gli racconti un fatto: anni prima, nel bosco di un villaggio vicino a Zurigo, viene uccisa una bambina. Del delitto è imputato un ambulante, che si uccide in carcere; l’ambulante, dopo un interrogatorio di 20 ore, si era dichiarato colpevole. Ma la ricostruzione del delitto non convince tutti: sulle tracce dell’assassino – ignoto e però da lui ritenuto autentico – si muove un collega del poliziotto, il commissario Matthäi; anche perché ai genitori della bambina uccisa il commissario ha promesso che troverà il colpevole. Il caso, però, si rivela così totalizzante da indurlo a una catatonica pazzia. La cornice narrativa di questo romanzo breve è cruciale. La ragione non inerisce alla sola trama; il poliziotto, infatti, rimprovera allo scrittore come certa letteratura pieghi le storie ai propri scopi, eliminandone l’assurdità, elemento decisivo per comprendere talune vicende umane, come quella che racconta: «La nostra ragione getta una luce insufficiente sul mondo. Nella penombra dei suoi confini si insedia tutto ciò che è paradossale», dice. Forte della sua produzione teatrale, Dürrenmatt affida anche qui la tensione narrativa soprattutto ai dialoghi: nei momenti dialogici la storia accelera, compie delle svolte brusche, si avvicina a una verità o finisce nel nulla. Lo sfondo è una Svizzera su cui aleggia l’opprimente presenza di un orrore episodico, che la coltre di un ordine sistemico non riesce a nascondere: un universo chiuso, quasi bastante a sé stesso, ma non per questo immune dal paradossale e dall’assurdo.

La scorciatoia. Come le macchine sono diventate intelligenti senza pensare in modo umano, il Mulino – Nello Cristianini

Prendendo in prestito il gergo aziendale, si potrebbe dire che l’intelligenza artificiale (IA) è passata da un modello top-down a uno bottom-up: anziché insegnare alle macchine le nostre teorie, le abbiamo semplicemente riempite di dati fino all’inverosimile; ne abbiamo ottenuto, pertanto, non dei modelli esplicativi, bensì predittivi. Insomma, anziché sapere perché l’acqua bolle a 100 gradi, l’IA si limita a inferire che l’acqua bollirà proprio a quella temperatura perché ha visto che questo è accaduto un’infinità di volte. La sorpresa, come spiega Cristianini, è che questo modello induttivo funziona molto, ma molto meglio, sotto il profilo economico, del modello deduttivo. Anche perché, oggi, grazie alla rete, il costo del reperimento dei dati è diminuito verticalmente. Ed eccoci di fronte a un’intelligenza diversa dalla nostra ed enormemente più performante in molti ambiti. Con questo libro Cristianini, docente di IA e di apprendimento automatico (machine learning) all’Università di Bath, ha voluto affrontare l’argomento nel modo più chiaro possibile, affinché non solo gli interessati ma anche i decisori politici e gli intellettuali comprendessero appieno il funzionamento dell’IA; così da agire nel modo migliore possibile.

Quando fuori piove, il Saggiatore – Vincenzo Levizzani

«There are more things in heaven and earth, Horatio, / Than are dreamt of in your philosophy», scrive Shakespeare. Ma per la verità basterebbe guardare soltanto al cielo. Dopo Il libro delle nuvole e Piccolo manuale per cercatori di nuvole, Levizzani parte da lontano, dalla storia antichissima dell’acqua (nacque poco dopo il Big Bang), per passare rapidamente al posto dell’acqua nello Spazio e arrivare alle caratteristiche fisico-chimiche della molecola di H20. Eccoci nel cuore del libro, che tratta delle forme dell’acqua in cielo – nubi, pioggia, neve, grandine, ecc. – e dei suoi movimenti lenti o tumultuosi – moti convettivi, fronti di aria calda e fredda, piogge leggere, temporali, uragani. Nel libro c’è posto per altre tre sezioni: le misurazioni delle precipitazioni, il ciclo dell’acqua e le conseguenze del cambiamento climatico. Levizzani scrive di come la sua lunga carriera di scienziato non gli impedisca di stupirsi ancora di fronte alle meraviglie dell’Universo. Ma c’è da stupirsi anche nell’attraversare spazi immensi e microscopici (dalle stelle alle molecole), per poi affrontare pioggia, grandine, neve e tifoni. Vincenzo Levizzani è dirigente di ricerca dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del CNR di Bologna.

Retorica (il Mulino) – Michele Prandi

Nell’accezione comune, la retorica vanta una nomea poco lusinghiera: la si ritiene una risorsa linguistica più atta a irretire che ad arricchire. Le cose, però, per Prandi non stanno così. Il progetto è ambizioso: rifondare lo studio della retorica. Per farlo, il filosofo e linguista ricorre agli strumenti concettuale offerti dagli esiti più aggiornati della linguistica e della filosofia del linguaggio; il risultato è il reintegro, in questo ambito di studi, delle figure retoriche, intese come strategie linguistiche che «valorizzano le risorse della lingua».

Vale la pena fare cenno ad alcuni snodi fondamentali del volume. In primo luogo, Prandi compie una distinzione tra il significato letterale e l’azione comunicativa della lingua: è la stessa differenza che passa tra il significato di un segnale di stop e l’azione di fermarsi, tra il senso di un dito che indica qualcosa e il volgere lo sguardo verso ciò che è indicato. L’altro presupposto del discorso è un prerequisito del funzionamento stesso della lingua: lo psicologo Steven Pinker lo chiama «fame di coerenza», cioè la necessità costante degli esseri umani di riscontrare forme sensate in ciò che sta loro attorno, codici comunicativi compresi. La retorica, dunque, attiva la ricerca di una coerenza proprio a partire dall’apparente mancanza di congruenza tra un significato letterale e l’azione comunicativa. Prendiamo il caso della metafora, in cui (usando una metafora!) si sprigiona il massimo potenziale della retorica. La metafora è alla base del linguaggio figurato e si può distinguere, per Prandi, in «condivisa» e «viva». Nelle metafore condivise (sollevare un dubbio, demolire una tesi, sorvolare su un commento), la coerenza trasforma la lettera in metafora, guadagnando in espressività: è il senso a prevalere (quando dico non sto più nella pelle, l’epidermide non c’entra). Nelle metafore vive, invece, non è il senso bensì la costruzione linguistica a imporre la sua coerenza: è il caso della selezione naturale di Charles Darwin, un’espressione che non ci porta a modificare il significato letterale dei due termini, bensì a generare un concetto inedito. Ecco un piccolo assaggio (altra metafora!) di questo libro, che si candida a rifondare (sì, le ennesime metafore) lo studio della retorica.

La ricreazione è finita, Sellerio – Dario Ferrari

Marcello Gori è un trent’enne viareggino, laureato in lettere, che vive di lavori saltuari. Grazie a un’eufemistica botta di fortuna, vince una borsa di studio per il dottorato di ricerca in letteratura presso l’Università di Pisa. Finirà con il doversi occupare – dati gli interessi di un barone universitario, il chiarissimo professor Sacrosanti – di un proprio conterraneo, Tito Sella (personaggio di invenzione), intellettuale e terrorista della sinistra extraparlamentare degli anni Settanta. In questo romanzo, Ferrari mette in scena un “uomo senza qualità” con i toni di un Giovane Holden leggermente più adulto, con inserti da Vitelloni. Gli sfondi della narrazione sono due: da un lato, l’accademia, tra vanaglorie e meschinità; dall’altro, gli anni Settanta, un tempo remoto ai agli occhi del narratore quasi come l’antichità, e che però Gori/Ferrari riesce a ricostruire, scrivendo di suo pungo un romanzo sull’intellettuale e terrorista, scegliendo proprio Sella (e, inevitabilmente, immedesimandosi con lui) come narratore in prima persona. Si tratta, insomma, di un romanzo nel romanzo, che annoda uno spaccato provinciale al più ampio ginepraio socio-ideologico degli anni Settanta, incorniciandolo nelle vicende di un credibilissimo trentenne dei giorni nostri. La scrittura è rapida, divertente, contraddistinta da uno stile personale; la vicenda è ricca di personaggi, fatti e tiene viva l’attenzione sino alla fine. 

Una rivolta. Orizzonti e confini del Nord-Est (nottetempo) – Enrico Prevedello

Sulla copertina del libro campeggia lo scorcio di un rutilante vessillo della Repubblica marciana. La bandiera della Repubblica di Venezia, con il Leone di San Marco d’oro in campo rosso, resta oggi un simbolo: l’orgogliosa appartenenza alla cultura veneta, nota per la sua etica del lavoro e l’attaccamento alla propria terra. Addentrandovisi, Prevedello conduce un’inchiesta con gli strumenti del romanzo. Due, i protagonisti: l’autore stesso e Luciano Franceschi, commerciante e indipendentista veneto, finito in carcere nel 2013 per il ferimento di un direttore di banca. Le vicende abbracciano gli ultimi quarant’anni del Veneto: l’arrivo tardivo del Boom economico, fatto di lavoro, lavoro e lavoro; le istanze indipendentiste e quelle autonomiste (differenza cruciale per Franceschi: le prime promuovono l’autogoverno, le seconde non riconoscono nel Veneto uno Stato); la crisi economica post-2008 e i suicidi degli imprenditori. Il racconto parte da Borgoricco, provincia di Padova, paese natale dell’autore e dove viveva Luciano, padre di uno dei suoi migliori amici. In questo libro, Prevedello affianca alla ricostruzione storica, alle memorie personali e al folklore – racconta del tanko, il carro armato artigianale portato dagli indipendentisti a Venezia, e della “presa” del campanile in Piazza San Marco – la storia di un uomo che si sentì tradito dal suo tempo, simbolo del disorientamento e dell’insofferenza del Veneto di quegli anni, dove la fede nel lavoro non aveva condotto, come sperato, a una solida beatitudine economica.

Russia. L’impero che non sa morire. Il passato di Mosca, il futuro di Kyiv (Rizzoli) – Anna Zafesova

Due espressioni: il vocabolo russo derzhava, cioè ‘potenza’, e l’espressione inglese future shock; due parole chiave per (tentare di) comprendere la Russia di oggi. Dobbiamo essere grati a Zafesova, storica collaboratrice della Stampa, per questo suo ultimo libro. Forte di un’impareggiabile conoscenza sull’argomento, la giornalista ha costruito un saggio sulla Russia e l’Ucraina degli ultimi 30-40 anni, riportando i fatti, i numeri e i personaggi salienti. Zafesova inoltre sa sfoderare – e lo fa volentieri – il miglior stile giornalistico, che individua un particolare, un personaggio o un episodio, per fare luce sul resto. Ad ogni modo, la Russia di oggi si spiega solo a partire dal trauma degli anni Novanta, dai quali è uscita, per così dire, doppiamente sconfitta: come potenza, nella Guerra fredda, e – si passi la semplificazione – nella conquista di una nuova identità, con lo «shock del futuro», giacché incapace di elaborare la Globalizzazione made in USA. Di qui, l’idea di rifiutare le libertà di stampo occidentale, pur di restaurare l’universo del passato, che unisce i Romanov e Lenin, Ivan il Terribile e Putin: un mondo dove i russi non sono liberi, ma sicuri nelle loro certezze e temuti dal resto del mondo. Viene in mente, forse a sproposito, Il grande inquisitore di Fëdor Dostoevskij: all’evangelico messaggio di libertà, portato da Gesù in persona, meglio una servitù volontaria. Alternative? Sì, come ha mostrato l’Ucraina; anche se sappiamo com’è andata a finire. Ma non ancora come finirà.

Sapiens. Da animali a dei. Breve storia dell’umanità (Sapiens: A Brief History of Humankind), Bompiani – Yuval Noah Harari

Questo bestseller della divulgazione saggistica è una rapida cavalcata scandita dalle tappe cruciali dell’evoluzione dei Sapiens, passati dall’essere una tra le tante specie animali a padroni assoluti del Pianeta, nonché potenziali vittime del loro stesso successo (basta pensare al rischio delle guerre atomiche e al cambiamento climatico). Harari passa da considerazioni generali a casi concreti provenienti dalla paleontologia, dall’archeologia, dalla storia, dall’esperienza di ciascuno di noi e dalla cronaca. La scrittura è rapida, smussa le difficoltà concettuali semplificando e si lancia in alcune considerazioni vertiginose: le religioni, ad esempio, sono concepite come delle ideologie frutto dell’immaginazione dell’homo sapiens e, allo stesso tempo, dei potentissimi sistemi di coesione e coercizione sociale. La stessa natura immaginaria – con risvolti concretissimi – che contraddistingue anche lo Stato e il capitalismo. Un’altra considerazione notevole è il carattere non lineare dell’evoluzione dell’uomo sotto il profilo del benessere: secondo Harari, rivoluzioni come quella agricola o capitalista, pur portando ad aumenti demografici e a un tendenziale miglioramento delle condizioni di vita sul lungo termine, significarono per moltissimi uomini sfruttamento e fatiche maggiori.

Scritti scelti male (La Nave di Teseo) – Rocco Tanica

Rocco Tanica, musicista noto per essere tastierista, compositore e corista del gruppo Elio e le Storie Tese è uno degli scrittori più versatili e simpatici d’oggi in Italia: lo dimostra il suo ultimo libro, per la verità una ripubblicazione per La Nave di Teseo. Nel libro, troverete anche la spiegazione di un titolo così singolare, insieme a una campionatura della bravura comica di Tanica, che ha bene introiettato la massima di Umberto Eco (l’umorismo, scrisse, è un freno a mano tirato nel mentre di un discorso sensato). Tic verbali; quadretti e scene madri surreali; mimesi dell’idiozia condotta nelle sue forme più caparbiamente convinte di sé (un modo, forse, per mettere in scena, senza dichiararlo, degli autentici ma spassosissimi pazzi); capacità di giocare con le diverse forme di scrittura, registri e stili; sistematico tradimento delle aspettative; un elegante ricorso al particolare (grande segreto della comicità e dell’umorismo): tutto ciò rende questo un libro denso di trovate e capace davvero di fare ridere. E poi, come recita la copertina, si tratta di una nuova edizione che contiene «fino al 15% di inediti in più rispetto ai libri tradizionali!».

Scrivo ergo sum. Piccolo manuale di scrittura ai tempi dell’intelligenza artificiale, Il Sole 24 Ore – Andrea De Benedetti

Che cosa ci riesce a fare distinguere un testo scritto da un essere umano da uno realizzato dall’intelligenza artificiale (IA)? Fatto salvo che l’IA rappresenta un formidabile sostituto ai motori di ricerca, capace di fornire una base di partenza per un lavoro di scrittura, una delle conclusioni più importanti a cui arriva l’autore è questa: richiedere dei contenuti originali all’intelligenza artificiale è quasi un controsenso, dato che il programma funziona a) aggregando una quantità enormi di dati e b) sulla base di comandi previsti da dei programmatori. Ne consegue che il software tende a fornire delle risposte banali (in ragione dei grandi numeri) e sbilanciate verso il politicamente corretto (in ragione delle istruzioni impartire dagli sviluppatori). Il libro è anche un manuale per chi si trova a scrivere tutti i giorni e vuole farlo con maggiore scioltezza ed efficacia: dà consigli e indicazioni in materia di grammatica, punteggiatura, sintassi e testualità.

Siete persone cattive. Storie comiche di mostri italiani (Mondadori) – Edoardo Ferrario

Il diavolo sta nei dettagli; e proprio di dettagli è innervata la comicità di Edoardo Ferrario. Romano, classe 1987, il comico vanta già una bella carriera: youtuber con la serie ESAMI, uno speciale su Netflix e su Raiplay, il programma «Paese reale» (Raiplay), la partecipazione a Comedy Central (Sky) e «LOL» (Amazon Prime), nonché la conduzione del podcast «Cachemire» (Spotify, YouTube e altre piattaforme) – che ha dato vita anche a un tour – insieme al collega Luca Ravenna. Chi conosce Ferrario non si sarà certamente perso nulla di tutto ciò, ma può darsi che non abbia letto il suo libro, interessante perché dimostra che l’istrionismo di Ferrario non si limita alla performance recitativa (il numero di accenti regionali che sa imitare è impressionante, per dirne una) ma tocca anche la scrittura: «Nel 2001, a diciott’anni, Silvano pensava solo a due cose: praticare Taekwondo e fare soldi. Nessuna delle due gli riusciva con particolare successo. Iniziò in un chiosco di panini a Monteverde Nuovo. Il suo capo, un ex rapinatore affiliato alla banda della Magliana, gli faceva togliere la muffa degli hamburger scaduti con uno scottex». Romanocentrico, colto ma capace di occhieggiare al pop, leggermente snob – talvolta un po’ troppo sprezzante nei confronti dell’oggetto della sua comicità, sebbene tra i suoi bersagli ci sia anche l’insopportabile generone romano – Ferrario è oggi uno dei più talentuosi comici in Italia. Certo il libro, in questo inferiore ai suoi spettacoli, non può contare sull’istrionismo e sulle capacità mimetiche di cui è capace sul palco.  

La società esiste, Laterza – Giorgia Serughetti

C’è un grande fraintendimento che pervade molte rappresentazioni della realtà, e cioè che la società sia un concetto astratto e che solo gli individui e le famiglie siano elementi concreti del realtà. Quest’idea ha trovato una formulazione, celeberrima, in un’intervista rilasciata da Margaret Thatcher alla rivista Women’s Own: «There is no such thing as society. There are individual men and women and there are families». Dall’assunto che «la società non esiste» – così come viene tradotta solitamente la frase della Iron Lady – ne deriva che a garantire l’equilibrio degli individui non restino che il libero mercato e la garanzie di quei diritti fondamentali (come la proprietà e la sicurezza). Più che a una rappresentazione veritiera della realtà, sostiene Serughetti, ci si trova di fronte a un’ideologia. La filosofa politica, infatti, sostiene non solo che la società esiste, ma individua proprio nella società il luogo dove si manifestano le contraddizioni e le ingiustizie di ogni tempo. Il punto è che la dimensione individuale è diventata così dominante, oggi, da rendere persino difficile pensare a una società migliore, più giusta. Scrive Serughetti: «È ovvio che la società esiste. Il punto è capire come la politica la può cambiare». 

Il sogno europeo. Quattro lezioni dalla storia (traduzione dal tedesco di Enrico Arosio) Keller Editore – Aleida Assmann

La sfida è lanciata nientemeno che da Paul Valéry: «La storia giustifica qualsiasi cosa. Non insegna assolutamente nulla, perché contiene tutto, e di tutto fornisce esempi». Il libro della vincitrice del Premio per la pace degli editori tedeschi (2018) lancia una sfida allo scetticismo di Valéry; è un’impresa difficile, giacché la storia e la memoria, in Europa, hanno di fronte a sé due nodi intricati da sciogliere. Il primo è la convivenza con un passato prossimo tragico: nel Novecento, i totalitarismi, due guerre mondiali e lo sterminio di sei milioni di ebrei. Il secondo è il risorgere dei nazionalismi: a est, per rivendicare un’identità che l’imperialismo sovietico voleva cancellare; a ovest, per arginare il combinato disposto delle migrazioni e della stagnazione economica. Assmann parla di costruzione di una «cultura della memoria» capace di fare dimenticare l’odio tra le nazioni, senza sacrificare il ricordo delle vittime e delle violenze. Ripercorre dei casi esemplari; su tutti, il processo di elaborazione della memoria in Germania, cominciato idealmente con il Processo di Auschwitz a Francoforte nel 1963, e culminato con il Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa a Berlino nel 2005. Il perno del libro è il concetto di «memoria dialogica»: «Un’Europa davvero unita, infatti, non ha bisogno di una visione unitaria della storia, ma di una visione europea che sia compatibile». O, come scrive lo scrittore ungherese Gryogry Konràd: «È un bene che ci scambiamo i ricordi e che veniamo a sapere che cosa gli altri pensano della nostra storia (…). L’intera vicenda europea sta diventando patrimonio comune, accessibile a ognuno senza la pressione dei pregiudizi nazionali o di altra natura». Questo approdo non è scontato. Lo dimostra, in Polonia, il caso del Museo europeo della Seconda Guerra mondiale; accanto al martirio polacco, infatti, sarebbero dovute comparire anche le vicende dei profughi tedeschi cacciati dalla Polonia, così come le violenze perpetrate dai polacchi contro gli ebrei alla fine della guerra. Ma con l’avvento della coalizione populista guidata da Jarosław Kaczyński il museo venne chiuso.

Souvenir. Una storia culturale (Souvenir), Il Saggiatore – Rolf Potts, trad. it. di Camilla Pieretti

Due cartoline dal passato. La prima: nel Medioevo si diceva che il pavimento in terra della Chiesa dell’Ascensione, a Gerusalemme, sul Monte degli ulivi, fosse lo stesso calpestato da Gesù, sicché molti pellegrini raccoglievano manciate di terriccio da riportare a casa; i custodi, a quel punto, si trovavano a dover continuamente rimpiazzare quella terra. La seconda: nel Settecento, in visita alla casa di Shakespeare, i due padri della patria statunitense Thomas Jefferson e John Adams, come ricordo, staccarono una scheggia dalla sedia che, si diceva, fosse quella del poeta; un atto vandalico ai nostri occhi, ma non per l’epoca: anche i visitatori della residenza di George Washington (a Mount Vernon in Virginia) spesso trafugavano degli oggetti, a guisa di ricordo. Certo non si sarebbe potuto andare avanti così: cominciava l’epoca delle ferrovie e il turismo si sarebbe fatto presto di massa; lasciare i luoghi di visita alla mercé di tali spoliazioni sarebbe stato insostenibile. Già, ma come soddisfare il desiderio dei visitatori di ottenere un oggetto ricordo? La soluzione arrivò: un’industria che sparse in tutto il mondo dei gadget prodotti in serie, dai cucchiaini alle cartoline, sino ai portachiavi a forma di Tour Eiffel. È una storia di oggetti dal valore soprattutto simbolico: più che dei luoghi, i souvenir sono lo specchio di noi stessi: delle nostre vite e identità, e delle aspettative – spesso stereotipate – sui luoghi che visitiamo.

Sovrumano. Oltre i limiti della nostra intelligenza, il Mulino – Nello Cristianini

«Siamo una strana e affascinante specie: mentre spendiamo miliardi per costruire una macchina in grado di pensare, allo stesso momento ci rifiutiamo di accettare che questo sia possibile. Cerchiamo e insieme temiamo quell’incontro». A scrivere è Nello Cristianini, professore di Intelligenza Artificiale (IA) all’Università di Bath, in questo terzo libro dedicato ai progressi più recenti dell’IA (sempre per il Mulino sono stati pubblicati La scorciatoia e Macchina sapiens). Cristianini affronta la competizione tra addestratori e valutatori: i primi impegnati ad allargare la conoscenza e la capacità di risoluzione dei problemi delle macchine – in una parola: la loro intelligenza –; i secondi intenti ad alzare l’asticella delle valutazioni, con batterie di test sempre più complessi. Come si legge nel libro, l’IA è già oggi «sovrumana» se le si assegnano compiti singoli: dai calcoli al riconoscimento delle immagini (compresi gli screening medici, dove sorpassano i professionisti); parliamo, in questo caso, di IA ristretta. Ma passi in avanti sono stati compiuti anche nel campo dell’IA generale, capace di operazioni più articolate: ce ne siamo accorti con ChatGPT che, pur prendendo spesso delle cantonate (le allucinazioni), sa riprodurre perfettamente il tono di una conversazione. In questa rincorsa a superare l’intelligenza umana, il sogno/obbiettivo di molti programmatori è vedere sorgere una macchina capace di comprendere più di quanto possano fare gli esseri umani (così come, spiega Cristianini con un esempio, la sua gatta – che pure percepisce meglio di noi alcuni oggetti, suoni e odori – non sa comprendere la meccanica quantistica): un’IA generale sovrumana. L’altra faccia della medaglia è la paura che incute un’IA sovrumana; una paura, forse, ingiustificata: se l’IA diventasse così potente, non necessariamente assomiglierebbe ai nostri peggiori incubi; anche quelli, direbbe Nietzsche, restano «umani, troppo umani».

Storie false. Dai faraoni alle bufale online, Mimesis – Michel Pretalli e Giovanni Zagni

Produrre ad arte delle falsità sembra un’attività vecchia quasi quanto la storia: lo mostra un libro dell’italianista Michel Pretalli e del direttore di Pagella Politica e Facta, Giovanni Zagni. Con uno stile molto godibile, gli autori mostrano che, se è vero che le menzogne – oggi le chiamiamo fake news – sono sempre state un subdolo strumento per raggiungere degli scopi, allo stesso tempo la storia ne ha visto mutare vistosamente l’aspetto: si va dalle semplici dicerie alla contraffazione di documenti (è il caso della Donazione di Costantino, uno dei falsi storici più famosi di sempre), per arrivare alla disinformazione messa in atto dagli apparati di sicurezza degli Stati. Il libro riporta alcuni casi esemplari di storie false diffusesi nel corso della storia; ve ne si trovano di celeberrime, come il Cavallo di Troia e i Protocolli dei Savi anziani di Sion, e di meno note, come la falsa notizia della morte di Napoleone, nel 1814, al fine di manipolare il mercato finanziario di Londra. La seconda parte del libro illustra alcuni metodi (compresi degli utili strumenti informatici) per riconoscere le notizie false: di fatto, un breve corso di verifica dei fatti (fact checking) in una cinquantina di pagine. Resterà per sempre, però, la fatica da parte di noi esseri umani, spiegano gli autori, nel valutare le informazioni in modo razionale: colpa della nostra psicologia (soprattutto dei pregiudizi cognitivi), ma anche della emozioni e della fatica che già Marc Bloch individuava come pericolosi combustibili del fuoco delle notizie false: come scrisse lo storico, «Non si sottolineerà mai abbastanza fino a che punto l’emozione e la fatica distruggano il senso critico».

Le strutture del potere (Laterza) – Sabino Cassese e Alessandra Sardoni

È una lunga intervista e a rispondere alle domande è un grandissimo giurista, docente universitario, ministro e membro di svariate commissioni ministeriali, nonché editorialista del «Corriere della Sera», della «Stampa», e altro ancora. Sabino Cassese racconta ai lettori i gangli del potere italiano, delle istituzioni e dei sistemi di rappresentanza e di potere della nostra Repubblica: dalla Corte dei Conti al Comitato Superiore della Magistratura, dalle funzioni del Capo dello Stato al ruolo della Ragioneria Generale dello Stato, fino ai gabinetti ministeriali, il Consiglio dei Ministri, e così via. L’intervista è stata realizzata dalla giornalista Alessandra Sardoni, che manovra con abilità la lunghissima conversazione; e, grazie alla sensibilità giornalistica, fa toccare al discorso dei punti interessanti anche per un pubblico “generalista”. Il testo è un’introduzione ideale alla comprensione di più temi: le istituzioni italiane che custodiscono e gestiscono il potere; le ragioni che stanno alla base del nostro ordinamento repubblicano e democratico; le radici storiche de che affondano nella Costituzione e nell’intreccio tra politica, partecipazioni statali, vincoli internazionali, mutamenti della società e molto altro ancora. Ne emerge un quadro complesso, ma con delle logiche sensate, ancorché perfettibili. Libri come questo inibiscono dal lanciarsi improvvidamente in invettive in stile «piove, governo ladro!».

Spatriati (Einaudi) – Mario Desiati

Claudia e Francesco sono due esseri umani complementari: lei, raminga e sperimentatrice, lui stanziale e accidioso, entrambi figli di amori falliti e tormentati; incerti sulla propria identità. Il loro destino assieme, cominciato a Martina Franca in Puglia, troverà un punto di svolta a Berlino. Desiati ha tentato un affresco generazionale, in un romanzo che cerca di cogliere lo spirito del tempo. All’apparenza ce l’ha fatta, come dimostrano il successo di vendite e il Premio Strega 2022. Ma per raggiungere l’obbiettivo ha reso i suoi personaggi sin troppo esemplari, facendone diligenti attori di categorie sociologiche: lei, androgina e in fuga tra Londra, Milano, Berlino, con un approdo finale all’omogenitorialità; lui, cattolico, bisessuale, grigio impiegato del boom turistico in Puglia, e amante spaesato a Berlino (le pagine migliori sono proprio forse quelle ambientate nella città tedesca). Riuscita è invece la raffigurazione della misteriosa religiosità nella processione dell’Addolorata, che si ispira in parte, e per l’appunto, alla tarantina Processione dei Misteri. Lo stile è lineare; i dialoghi, spesso stentorei e suggeriti come memorabili; l’uso dell’imperfetto dà un tono poetico, talvolta lezioso; spiccano la precisione nelle descrizioni botaniche. Il successo del libro è interessante (o scontato?): l’Italia che legge è a suo agio con la fluidità di genere. Ciascun capitolo ha come titolo parole in pugliese (tra cui la parola che titola il romanzo, spatriètə), e in tedesco.

Sulla pietra (Einaudi) – Fred Vargas

Un’altra inchiesta per il commissario Adamsberg, creato dalla giallista francese Fred Vargas. Da Parigi, il commissario è costretto a una trasferta in Bretagna: a richiamarlo, una serie di omicidi in un paese dove si aggira un fantasma claudicante, e dove una delle attrazioni è un lontano parente, e sosia perfetto, del padre del romanticismo francese, François-René de Chateaubriand. Qui, gli agenti di polizia locale e quelli giunti da Parigi mettono insieme le forze per scovare l’assassino, finendo per scoprire una rete di misfatti più grande di quanto si sarebbero aspettati. Fa da sfondo, appunto, la Bretagna, con le sue città sonnacchiose e turistiche, dove gli abitanti si conoscono un po’ tutti; e dove i modi dei locali non sono certo raffinati come quelli parigini, ma – pur provinciali – sono impastati da onestà e bonomia, di cui l’epitome è l’oste della locanda, che diventa il quartier generale della polizia. Tocco rosa, in una vicenda quasi solo di uomini, è un’ispettrice erculea, che risolve più volte la situazione. Il giallo viaggia veloce, soprattutto sui binari dei dialoghi, ma più si prosegue più sferraglia e perde pezzi. Il finale, prevedibilmente, è a effetto. La pietra del titolo è un dolmen, pietra funeraria antichissima, che servirà al commissario per sciogliere lo gnommero delle indagini (complimenti alle traduttrici, Margherita Botto e Simona Mambrini, per avere inserito questa citazione dal Pasticciaccio brutto di Gadda).

Superbonus. Come fallisce una nazione (Rubbettino) – Luciano Capone e Carlo Stagnaro

«La più grande politica industriale del paese, il più costoso sussidio mai visto della storia della Repubblica italiana, il più generoso credito d’imposta del mondo». La bocciatura della misura è totale. Di fatto, lo Stato ha elargito un dono ai proprietari di case: ha socializzato a) i costi di un interevento regressivo, cioè di ridistribuzione a vantaggio dei più abbienti, e b) di spese edilizie che probabilmente sarebbero comunque state sostenute dai privati (addio dunque anche alla scusa dell’incentivo ecologico). Tutto ciò a vantaggio di una minoranza, il 4% dei cittadini, e con un ritorno economico esiguo (il bonus si è ripagato, sembra, solo per il 20% del totale circa). Nel libro vengono ricostruiti la genesi e il successo del Superbonus. Innanzitutto, la pandemia ha allentato la rigidità fiscale europea. In secondo luogo, il Superbonus si presentava come molto generoso: rimborsava un importo superiore alle spese, il 110%. Non solo; consentiva anche di non dover anticipare i soldi: il credito di imposta si poteva cedere all’impresa costruttrice con lo sconto in fattura; a sua volta, l’impresa poteva cederlo a una banca. Insomma, “il committente ordina, l’impresa fattura, la banca anticipa i soldi, lo Stato paga per tutti”. Infine, ci sono le responsabilità sociali, politiche e istituzionali; nella ricostruzione di Capone e Stagnaro, impressiona la trasversalità degli attori coinvolti: associazioni di categoria, sindacati, tecnici governativi – con l’eccezione dell’Ufficio parlamentare di bilancio – partiti politici; solo per citare i più importanti. Insomma: un sistema intero ha fallito nel prevedere le conseguenze di una misura quasi esiziale per i conti pubblici. In calce al libro gli autori confrontano l’importo del Superbonus con altri finanziamenti e voci di spesa: tra il 2021 e il 2023, il Superbonus è costato 160 miliardi di euro; se si aggiungono le frodi e gli altri bonus edilizi, si arriva a 220 miliardi. Più di quanto siano costate ai contribuenti l’istruzione nel 2021 (79 miliardi) e la sanità nel 2022 (131 miliardi).

Tanto per cambiare. La coazione a variare nella storia dell’italiano (il Mulino) – Massimo Palermo

«Ripetizione!»: chissà quanti studenti sono incappati in correzioni del genere. A quel punto, tocca ricorrere a dei sinonimi. Ma – poniamo – se un ragazzo diventa un giovinetto, il testo fa inopinatamente un salto nel passato; e poi, chi se la sente di appellare Dante, per l’ennesima volta, Sommo Poeta? O ancora: forse solo chi si trova in uno stato di trance sinonimica chiamerebbe il mare pelago, ponto, specchio equoreo, regno di Nettuno, e così via. Finché è un gioco, nulla di male; il problema è che questa refrattarietà alla ripetizione spesso mina l’efficacia comunicativa dei testi, che è la loro ragion d’essere. Ad analizzare il rapporto tra la storia dell’italiano scritto e la ripetizione si incarica ora un libro del maggiore esperto di linguistica testuale in Italia. Il libro, pur superando di poco le 200 pagine, attraversa l’intero arco della storia dell’italiano scritto nel suo rapporto con la variazione/ripetizione. Tra queste polarità si evince un rapporto altalenante, contraddistinto da una sensibilità che talora predilige l’eleganza stilistica, talaltra le esigenze comunicative. Torniamo ora alle correzioni che invitano alla variazione: col passare del tempo, nei confronti di questa «norma sommersa» (Luca Serianni), la linguistica ha maturato una posizione chiara, già sostenuta da Erasmo da Rotterdam e Leopardi: la variazione sinonimica va usata se fa guadagnare al testo chiarezza e precisione, oppure espressività; sicché, meglio ripetersi se il rischio è risultare involontariamente goffi o retorici.

Tartufo, Adelphi – Cesare Garboli

Se si vuole esplorare la produzione critica di Cesare Garboli un modo può essere entrare dalla piccola ma rilevante porticina che è questo libretto edito da Adelphi; il testo raccoglie una serie di scritti dedicati al protagonista omonimo dell’opera di Molière, Tartuffe ou l’Imposteur, di cui Garboli fu assiduo traduttore. Le pagine – tenute insieme dalla continuità assoluta, a tratti ripetitiva, dell’argomento – sono dominati da un’intuizione di fondo acutissima: Tartufo rappresenterebbe «il potere che si nasconde dietro il muro delle opinioni santificate e intoccabili», «la struttura politica della realtà, mascherata dai valori intoccabili che si autolegittimano grazie alla santità di una causa e si presentano come la guarigione di un male». Tartufo, scrive sempre Garboli, ha ricevuto «il dono ambiguo del plagiatore e del guaritore». È un archetipo della sete di potere – Nietzsche avrebbe scritto della «volontà di potenza» – che si nasconde dietro le promesse di salvazione, dalla religione alla politica e dalla politica alla cultura. Di qui, la metafora medica nel teatro di Molière, ossia del male e della cura somministrata, che però è peggiore del male: «se la salute è quella auspicata da Tartufo è meglio essere malati». Anche perché è Tartufo stesso a creare, al tempo stesso, il male e il rimedio; e sotto fogge diverse, ma sempre uguale,  ricatta l’anima (con la religione), le coscienze (con la politica) e lo spirito (con la cultura), perseguendo il suo obbiettivo: dominare sul prossimo.

Tempo di uccidere, BUR Rizzoli e Adelphi – Ennio Flaiano

Nell’inverno del 1946, passeggiando in una freddissima Milano, Leo Longanesi promise a Ennio Flaiano un anticipo dietro la promessa di ricevere un romanzo entro la primavera dell’anno dopo. Ne nacque questo libro, ora edito anche da Adelphi. La copertina raffigura un’illustrazione delle truppe del Regio corpo truppe coloniali d’Eritrea, realizzate dall’illustratore Raffaele Ruggeri. Ma tra le pubblicazioni precedenti si distingue anche l’edizione BUR Rizzoli per via di una copertina rutilante, riportante il quadro Il grande camaleonte dell’artista ungherese Talas Galamos. Il primo e unico romanzo di Flaiano, vincitore della prima edizione del Premio Strega (1947), spiazza ancora: in pieno Neorealismo, Flaiano se ne uscì con un libro ambientato nell’esotica Etiopia – forte dell’esperienza di sottotenente del Genio durante la guerra in Africa – ammantando la vicenda di una cappa surreale, a tratti angosciosa, a tratti scherzosa. Ma torniamo al dipinto di Galamos, che realizzò un altro dipinto destinato a finire sulla copertina di un libro: si tratta di Summer, che comprare a corredo dell’edizione di Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez per l’edizione Penguin Classics. L’accostamento illumina: ci sono molti punti di contatto tra il surrealismo magico di Márquez e Tempo di uccidere. Certo, in Flaiano è presente una torsione verso un’ironica disillusione che è un suo riconoscibile marchio di fabbrica.

Il valico dei briganti, Vallecchi di Firenze – Vincenzo Pardini

Dalla Garfagnana del primo Ottocento, in particolare dai monti che separano le province di Lucca e Modena, si dipanano le avventure di Vlademaro Taddei, il brigante Barbanera. Si parte da quei luoghi e ci si ritorna, ma non dopo avere attraversato l’Atlantico assieme al brigante che, giovanissimo, incontra la sua vocazione alle ruberie e alla vita raminga; ed è proprio nell’epico e più duro West senza legge che il futuro Barbanera compie il suo apprendistato. Tornato in patria e messa su famiglia, Vlademaro riprende a delinquere e sembra che nessuno, a dispetto della caccia senza requie, sia in grado di catturarlo. Con un passo che occhieggia alla narrativa americana, con una spolverata di lingua toscaneggiante delle parlate locali, Pardini evoca la grande corsa all’Ovest, ripiegando poi verso lande più vicine, dipinte come non meno aspre, senza legge e infestate di briganti. Nelle terre dei ducati di Modena e Lucca, peraltro, ai tempi della narrazione, vigeva ancora la pena di morte, già abolita invece nel contermine Granducato di Toscana. Più che gli sconti sociologici – la miseria di quelle terre come radice della delinquenza è solo intuita – a Pardini sembra interessare la narrazione delle vicende di un uomo votato al latrocinio, sempre accompagnato dalla solitudine e dalla desolazione che il male, nella sua epica avventurosa, ma perversa e umbratile, porta con sé.

Venerati maestri. Operetta immorale sugli intelligenti d’Italia (Quodlibet, 2025) – Edmondo Berselli

Quodlibet ripubblica un libro del compianto Edmondo Berselli, uscito per la prima volta nel 2006 per Mondadori. Il titolo richiama la triade del percorso degli intellettuali italiani, attribuita ad Arbasino: «giovane promessa, venerato maestro, solito s***o». In quelle pagine, Berselli ritraeva il mondo culturale più in vista dei primi anni Duemila, in parte ancora sovrapponibile a quello attuale: non ci sono più Roberto Calasso, Umberto Eco, Pietro Citati ed Eugenio Scalfari; ma sono ancora presenti Paolo Mieli, Claudio Magris, Nanni Moretti, Roberto Benigni, Giuliano Ferrara e altri ancora. Il libro allestisce una galleria satirica di personaggi, evidenziandone i difetti sino a trasformarli, per ammissione stessa dell’autore, a macchiette di loro stessi. Che l’ammissione di Berselli sia una captatio benevolentiae (uno stratagemma retorico sornione) o no, il punto è che sorridendo Berselli ha il coraggio di mostrare il lato tronfio e grottesco degli esponenti più in vista della cultura italiana (oggi, dopo aver scritto cose del genere, si farebbe probabilmente incetta di querele). Osservazioni di stile e di costume punteggiano il volume, dai tic verbali a considerazioni puntute (come il fatto che fare la rivoluzione, in fondo, è meno faticoso che riformare il sistema). Tuttavia, il libro non è un nichilistico rifiuto della cultura: Berselli dissemina con disinvoltura la scrittura di riferimenti colti, lasciando l’impressione che la cura ai mali della cultura – italiana, ma non solo – si trovi proprio nella cultura. 

La vera storia della Lega Lombarda, Mondadori – Franco Cardini

«Il nuovo patto societario partì proprio dalla città che, come principale alleata e fedele italica di Federico fino alla distruzione di Milano, si considerava la più tradita dal successivo atteggiamento dell’imperatore». Siamo nel Medioevo, qualche anno prima della battaglia di Legnano (1176), la storica vittoria della Lega lombarda sul Barbarossa. Già da queste righe si intravvede la sorprendente quantità di informazioni che lo storico svela; per non parlare di quel che segue: «L’episodio del giuramento nel monastero di Pontina (…) è probabilmente leggendario: è quanto meno una tardiva leggenda che il convegno sia avvenuto proprio in quel luogo». Riannodiamo un po’ i fili. Innanzitutto: a rigor di filologia, dunque, il giuramento si potrebbe ribattezzare di Cremona, ossia una delle città più filo imperiali, acerrima nemica di Milano. Eh sì: Milano, contro cui molti dei comuni medievali combatterono per contrastarne – spesso invano – l’egemonia regionale. Non si spiegherebbe, altrimenti, come il temibile e teutonico Barbarossa sarebbe stato in grado di mettere in piedi una coalizione contro Milano che teneva insieme Parma, Cremona, Pavia, Novara, Asti, Vercelli, Como, Bergamo, Vicenza, Treviso, Padova, Verona, Ferrara, Ravenna, Bologna, Reggio e Modena. Alla faccia degli attuali confini amministrativi della Lombardia e dalla supposta solidarietà tra i comuni di allora! In questa agile raccolta di articoli – pubblicati nel 1990 sul Giornale di Indro Montanelli – Cardini descrive dunque una realtà, quella comunale, sì fiorente (post anni Mille), ma litigiosa; ansiosa di mantenere i suoi privilegi e disposta a sfidare anche l’Impero, ma di cui mai si sarebbe sognata di contestare l’autorità.

Vite formidabili. Alla scoperta degli insetti, il Mulino – Maurizio Casiraghi

Meglio non «dare dell’insetto a un ragno»: se mai arrivasse a capirlo potrebbe offendersi, giacché il ramo evolutivo degli insetti – gli esapodi, cioè organismi con sei zampe, mentre ragni, scorpioni e affini ne hanno otto – si è differenziato anticamente nella famiglia degli artropodi, a cui afferiscono anche gli aracnidi: 550 milioni di anni fa, 120 milioni di anni prima che i nostri remotissimi antenati cominciassero a differenziarsi dai pesci. Parlare di insetti significa parlare della classe di viventi che dà il contributo maggiore alla biodiversità sul pianeta: circa l’80% di tutte le specie terrestri. Altro che pianeta delle scimmie: siamo sul pianeta degli insetti. Zoologo e appassionato di insetti sin dalla tenera età, Casiraghi ha realizzato un saggio dal tono colloquiale, ricco di curiosità (le considerazioni personali alleggeriscono il saggio, sebbene talvolta paiano un po’ sornione; ma gliele si perdona, tanto interessante è la messe di aneddotica entomologica). L’osservatorio offerto dal mondo degli insetti è un formidabile spaccato dell’azione dell’evoluzione e dei suoi esiti diversissimi: ci sono insetti pericolosi o innocui, fitofagi o carnivori, solitari o cooperativi, mimetici o dai colori sgargianti (di solito, i più velenosi). Ci sono degli insetti che sembrano usciti da un incubo: un gruppo di vespe depone le uova all’interno di altri insetti, spesso bruchi, che vengono poi divorati dall’interno (la storia ispirò gli sceneggiatori di Alien di Ridley Scott). Ma c’è anche la straordinaria astuzia evolutiva degli ecosistemi: i fiori producono il nettare, inutile per le piante, ma capace di attirare gli insetti, nuovi vettori del polline per fecondare altri fiori. In copertina campeggia un’illustrazione – spicca una mantide a zampe spiegate – di Giulia Ghisleni.

Venezia: una storia di mare e di terra, Laterza – Alessandro Marzo Magno

Girando di giorno per le calli affollate di turisti – ma vuote la notte –, mentre rombano i vaporetti e le gondole scivolano silenziose, quanti si ricordano che Venezia è stata dominatrice di un impero che andava «da Crema a Creta», e che per lunghi secoli fece del Mare Adriatico un lago veneziano? La città affonda le sue origini nella leggendaria fuga degli abitanti dell’entroterra dalle incursioni degli Unni, nel V secolo d. C. In realtà si tratta, appunto, di una leggenda: la laguna cominciò a essere popolata in modo sistematico a partire dal VII secolo, e i barbari in questione erano i Longobardi. Per giunta, il centro cardine di questi insediamenti lagunari era l’isola di Torcello, di fronte a Burano, oggi nota per i merletti e i colori rutilanti delle case. Marzo Magno, storico di formazione ma giornalista di professione, ha scritto un compendio di storia veneziana composto da venti capitoli che scandiscono la storia della Serenissima Repubblica di San Marco; ciascun capitolo è preceduto da un reportage sui luoghi simbolo di quegli avvenimenti, con un’accurata descrizione di come si presentano oggi – può essere uno spunto per chi è a caccia di gite o vacanze sulle orme del leone marciano. Il libro si concentra sulla sostanza dei fatti, senza indugiare nelle atmosfere da sogno che pure caratterizzano la città e la sua storia. Così, se si superano le asperità dei molti nomi e dei fatti raccontati, si può dire di uscire dalla lettura con un’infarinatura di storia veneziana. È una storia che, peraltro, non si ferma alla caduta della Repubblica ai tempi del generale Bonaparte: prosegue anche nell’Ottocento (la dominazione austriaca prima e il Risorgimento poi), nel Novecento, quando la città diventa un polo industriale, e arriva sino all’oggi, coi suoi problemi: la “monocoltura” del turismo, i pericoli ambientali (l’acqua alta sempre più frequente, benché arginata dal MOSE) e lo spopolamento del centro storico, che conta meno di 50mila abitanti.

Le vie del Grand Tour, il Mulino – Attilio Brilli

Tra Cinque e Seicento, alcuni membri delle classi dirigenti europee (a partire da quelle inglesi) cominciarono a viaggiare per fare tesoro del sapere e dei costumi degli altri Paesi. Quei viaggi sostituirono, per importanza, quelli dei chierici e dei professori universitari. Ma viaggiare, si sa, è uno dei massimi piaceri della vita; così, col tempo, l’oziosa nobiltà di allora sostituì alla sete di sapere l’interesse per l’arte e l’esotico. Lo studioso della letteratura di viaggio Attilio Brilli ripercorre «le vie del Grand Tour» orchestrando un montaggio dei resoconti di viaggio tra Sei e Ottocento, con una prosa elegante, intonata allo stile vivido dei racconti, copiosi di stupore e curiosità. Nei brani, si coglie un’osmosi tra i luoghi e le aspettative. In Italia, ad esempio, le colline e le bellezze di Firenze portano i viaggiatori a gustare l’armonia tra i monumenti, la città e il paesaggio. A Roma, alcuni manifestano un interesse selettivo per le antichità, che inducono a riflessioni sulla caducità della grandezza terrena; altri apprezzano la città – dimora di molti artisti – perché vi si vede nascere l’arte. Ma non solo d’estasi artistica vive il viaggiatore: dopo le mondanità di Parigi, a Lione ci si può confrontare con una manifattura e una società laboriose; e non meno industriosi appaiono i cittadini olandesi, la cui capitale e i centri di studio sono l’espressione di un orgoglioso successo mercantile. Colpisce, poi, leggere degli Stati tedeschi, coacervo di principati imbricati tra loro, ricchi di cultura e scienza, dove compaiono delle «corti in miniatura». Il racconto – che geograficamente va da una Lisbona crepuscolare sino alle rovine delle roccaforti genovesi a Caffa, in Crimea – è un inno alla cultura europea di allora; una cultura grande altrettanto come quei Tour che, benché riservati a pochi, non smettono di meravigliarci.

Una visita al Bates Motel (Adelphi, 2019) – Guido Vitiello

Prendetelo come un saggio e un catalogo d’arte insieme e giustificherete il prezzo del volume (38 euro). Si tratta di una ricognizione nelle stanze del Motel dove si svolge Psycho (1960) di Alfred Hitchcock: una camera delle meraviglie. Grazie a un’analisi condotta fotogramma per fotogramma, Vitiello si sofferma su oggetti che mai avremmo potuto notare da soli: quadri e sculture intessenti una rete di significati tra la storia narrata da Hitchcock e il mito. L’idea della guida turistica sul set del resto era venuta anche al regista, per promuovere il film. Inoltre, già altri si erano cimentati nell’inventariato delle opere d’arte disseminate nel film. Vitiello interseca le ricerche filologiche con quelle artistiche: dal refuso giornalistico – mai smentito da Hitchcock – che voleva che il film si intitolasse Psyché (la cui statua compare in una scena del film), al riferimento sul «sesso metafisico», tema portante del film a detta del regista, la cui chiave di lettura passa per l’agalmatofilia (la passione morbosa per le statue). Un tour denso di nozioni, com’è densa (e appagante) la scrittura di Vitiello.

Vivere con gli uomini. Che cosa ci insegna il caso Pelicot (Einaudi, 2025; trad. it. Luciana Cisbani) – Manon Garcia

Giselle Pelicot è una donna francese che, per circa un decennio, è stata narcotizzata da suo marito, Dominique Pelicot, e (sempre incosciente) stuprata da 50 uomini diversi; il tutto a favore di telecamera. La vicenda è nota: a occuparsene sono stati i giornali di mezzo mondo. Proprio dopo la pronuncia della sentenza del processo – non definitiva, ma che condanna la totalità degli imputati: esistono le prove video, irrefutabili, nonché la confessione di Dominique Pelicot – la filosofa francese Manon Garcia ha scritto questo libro. Garcia ha seguito il processo e, a partire da questa esperienza diretta, ha tracciato delle considerazioni su alcune questioni di genere; tra queste, al centro del processo, torreggia il consenso. Certo, nel caso Pelicot i confini del consenso sono stati clamorosamente superati: le colpe giudiziarie, dunque, sono lampanti. Tuttavia, esiste un aspetto, più sottile (e non punibile), che emerge dalle deposizioni degli uomini coinvolti, dai discorsi dei loro avvocati e dal dibattito mediatico: una sotterranea, diffusa e perniciosa cultura o, come scrive Garcia, «un’impalcatura culturale» che sorregge lo stupro. Per molti, infatti, non si questiona su un fatto: i maschi devono fare i conti con un istinto sessuale difficile da controllare; ne consegue che sarebbe comprensibile come talvolta, per ottenere ciò che vogliono, forzino un po’ la mano – chi più, chi meno – sino a casi estremi, in palese violazioni della legge. Il punto, afferma Garcia, è che il problema della violenza di genere non si può risolvere nei tribunali, quando è già troppo tardi: è una questione che va risolta, innanzitutto, culturalmente; mettere a punto dei metodi efficaci per farlo è una delle grandi sfide del presente.

La voce del testo. L’arte e il mestiere di tradurre (Feltrinelli) – Franca Cavagnoli

Quando si discute di traduzioni, emergono di frequente due aggettivi metaforici: bella ma infedele; già, ma infedele a chi o, meglio, a che cosa? Al testo, si capisce. Il punto, però, è che ogni testo ha più di un significato; volendo adoperare un’altra metafora, quella del tessuto, si potrebbe dire che il testo è fatto da una trama di senso, più o meno fitta. Del testo, allora, va trovata la trama principale, quella che la traduttrice Franca Cavagnoli indica come «la dominante»; si tratta del senso precipuo di un testo, ossia del significato che emerge come predominante, e che si individua tenendo conto di elementi decisivi: in particolare, è essenziale individuare l’intenzione dell’autore in rapporto alla destinazione di pubblico dell’opera. Detto in modo più semplice, un testo può essere stato pensato e scritto per ragioni tra loro diverse (intrattenere, far pensare, stupire, impaurire, ecc.) e per pubblici diversi (lettori esigenti o distratti, adulti o bambini): sono proprio questi gli aspetti decisivi per rendere la traduzione più fedele possibile; o, come avrebbe detto Umberto Eco, per «dire quasi la stessa cosa». Queste considerazioni teoriche sono accompagnate da esempi di traduzione di brani di testi classici, sperimentali, per bambini, contemporanei, e non solo: esercizi svolti dall’autrice, che rappresentano l’aspetto più impegnativo, ma anche appassionante, del volume.     

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