I 500 anni delle «Prose della volgar lingua», l’intervista a Francesco Rustici

500 anni fa venne posta una pietra miliare nella storia della lingua italiana: furono pubblicate a Venezia le Prose nelle quali si ragiona della volgar lingua, oggi più note come Prose della volgar lingua, a cura del cardinale e umanista Pietro Bembo; vi si fissavano due modelli per la lingua scritta che avrebbero conosciuto un successo duraturo: la prosa (di alcuni passi) del Decameron di Boccaccio e la poesia delle Rime di Petrarca. Di questo scritto e del suo autore abbiamo parlato con Francesco Rustici (nella foto), assegnista di ricerca all’Università per stranieri di Siena, nell’ambito del progetto Repertorio delle corti. Lingua, linguaggi e cultura testuale (ReCoLLeCT). 

«L’opera di Bembo ha permesso quella cristallizzazione linguistica che, ancora oggi, consente a un italofono istruito di leggere l’italiano di Dante e Petrarca e di percepire una vicinanza sorprendente tra la propria e quella lingua (per un inglese invece, ad esempio, la lingua di Geoffrey Chaucer – scrittore della seconda metà del Trecento – appare ben più distante). Va detto che l’effetto delle Prose fu, per così dire, a lento rilascio: inizialmente, riguardò una cerchia intellettuale ristretta; solo in seguito, come testimoniano le edizioni (successive) in formati più economici e maneggevoli, il libro conobbe una maggiore diffusione tra il pubblico. Resta comunque un testo difficile oggi come lo era allora: diviso in tre libri, mette in scena un dialogo tra Ercole Strozzi, Federico Fregoso, Giuliano De’ Medici e Carlo Bembo. Un modo di argomentare per iscritto all’epoca in voga, e però oggi forse più arduo da affrontare. I primi due libri delle Prose sono più teorici e discorsivi mentre nel terzo compaiono le indicazioni precettistiche grammaticali”. 

Peraltro, se si analizzano – come mi è capitato di fare – alcune editiones principes delle Prose postillate, ci si accorge di un aspetto curioso: i lettori appena successivi all’epoca di Bembo non solo manualizzarono il testo, ma si interessarono tanto alla cornice dialogica quanto alla parte precettistica. Ciò, pertanto, conferma quanto scritto da Giuseppe Patota, ossia che le Prose hanno funto anche da «grammatica silenziosa»: non solo hanno veicolato una precettistica, ma l’hanno esemplata nell’uso stesso della lingua da parte dell’autore. Dal punto di vista normativo, infatti, i dubbi grammaticali di molti lettori riguardavano incertezze grafiche (si pensi ai «dubbi grammaticali» di Guicciardini)». 

Le Prose vedono la luce in una città e in anni non casuali: la Venezia tra Quattro e Cinquecento, dove lavorava il primo editore della storia, Aldo Manuzio. 

«Il rapporto con Aldo Manuzio fu fondamentale: le Prose furono ambientate proprio a Venezia nel 1502, ossia nel periodo di pubblicazione delle edizioni aldine delle Rime di Petrarca (1501) e della Commedia di Dante (1502) curate da Bembo. Si trattava di edizioni rivoluzionarie, giacché Bembo applicò agli autori in volgare un metodo di indagine filologica fino a quel momento adoperato solo per i testi classici latini e greci. Al successo editoriale contribuirono poi il formato tascabile e il carattere corsivo, merito dell’abilità e inventiva imprenditoriali di Manuzio.  

La datazione del dialogo ha poi un’altra ragione: Bembo rivendicò sempre il primato della sua grammatica su quella pubblicata da Francesco Fortunio nel 1516. Del resto, in una celebre lettera a Bernardo Tasso (27 maggio 1529) Bembo sostiene di non avere rubato il progetto a Fortunio, bensì il contrario: sarebbe stato Fortunio che, entrato in possesso di un quaderno di Bembo, avrebbe copiato la sua idea. Ora, esistono delle testimonianze indicanti come le Prose fossero già state avviate nel 1512; mentre è improbabile – come sostiene Bembo – che fossero già del tutto ultimate nel 1516. Ma non è solo una questione di paternità o, diremmo noi, di copyright. E non è nemmeno una questione riducibile alla sola lingua: l’opera di Bembo affonda le sue radici in un più esteso discorso umanistico sulla lingua, sì, ma intesa soprattutto come letteratura; ne è dimostrazione il fatto che, difatti, non prese mai davvero parte alle propaggini polemiche della cosiddetta questione della lingua, come invece fecero, ad esempio, intellettuali come Gian Giorgio Trissino, Ludovico Castelvetro, Annibal Caro o il Castiglione». 

Dunque l’ambizione di Bembo appare ancora maggiore di quanto si potrebbe pensare: codificare dei modelli per il volgare letterario, così come era stato possibile fare con la letteratura classica; è così?  

«Si può dire che Bembo porti anche nell’ambito della produzione artistica in lingua volgare la mentalità e il metodo di chi allora si occupava di lettere classiche. Era ben consapevole, infatti, dell’esistenza di un latino aureo, tale in virtù di modelli straordinari quali Cicerone nella prosa e Virgilio nella poesia; allo stesso modo, riteneva che a quei grandi autori fosse succeduta una produzione meno illustre, “argentea”. Proprio questa consapevolezza lo indusse a riconoscere la diversità tra il fiorentino trecentesco scritto e quello del Quattro e Cinquecento. Com’è facile immaginare, queste considerazioni non furono particolarmente apprezzate dai fiorentini, che si consideravano ancora i depositari della lingua viva più illustre: non è un caso che le Prose a Firenze arrivarono tardi, soltanto nel 1549; si tratta dell’anno della terza edizione, peraltro postuma (la prima fu nel 1525, la seconda nel 1538)».  

Parlando sempre di lingua scritta, si può dire che Bembo abbia rilevato un parallelismo fruttuoso tra lo sviluppo del latino e quello del volgare fiorentino? 

«Non solo: Bembo si discosta dal modo di vedere i volgari italiani come una corruzione del latino. Certo, in linea con i suoi tempi, continua a riconoscere un maggiore prestigio al latino. Ma – e qui sta un punto decisivo – ragiona in termini di autori: se è vero che il latino aveva prodotto, nei secoli, un numero certamente maggiore di opere di valore, nulla vietava che anche il volgare avrebbe potuto raggiungere delle vette artistiche paragonabili; come dimostrano appunto Dante, Petrarca e Boccaccio. Ecco perché non si possono ridurre le Prose a un modello per pacificare la discussione su uno standard linguistico; piuttosto, quel che vi accade è la riapertura di una questione letteraria. Detto in altri termini: così come a suo tempo la letteratura classica aveva prodotto dei capolavori inimitabili, era tempo che anche il volgare facesse lo stesso, seguendo il modello fornito dagli autori più prestigiosi.  

Proprio questa prospettiva, rivolta al futuro, è la ragione per cui Dante resta fuori dal canone bembiano: viene considerato l’esponente di una stagione precedente, quella medievale, ormai pienamente conclusa. Inoltre, agli occhi di Bembo, Dante non si dimostra così inappuntabile nella scelta della sua materia poetica: è rimasto celebre il giudizio, nelle Prose, che vuole Dante «in opera poetica, altro che poeta». Nondimeno, sarebbe erroneo ritenere che Bembo non fosse un estimatore di Dante. Anzi: si pensi al già menzionato lavoro sull’edizione della Commedia, per il quale Bembo si servì di un codice di qualità, conosciuto oggi come Vaticano latino 3199, fino ad arrivare alla compilazione, in prima persona, di un nuovo testo, linguisticamente molto diverso (Vaticano latino 3197). È interessante aggiungere che, in risposta all’aldina di Dante (Venezia, 1502) curata da Bembo, a Firenze – che sull’argomento continuava a rivendicare una primazia – si pubblicò un’edizione “antagonista” giuntina della Commedia del 1506».  

Sarebbe meglio allora non sovrastimare l’intenzione, nelle Prose, di trovare uno standard linguistico? 

«Diciamo che la componente letteraria e quella linguistica si intrecciano, anche se, nella diffusione tra il pubblico, sorge prestissimo un interesse squisitamente rivolto alla precettistica, al Bembo grammatico. Ne consegue una corsa alla manualizzazione dell’opera; la quale, in tal senso, è di difficile consultazione: basti pensare che manca un indice. Di qui, un percorso di ricezione che individua nel libro di Bembo una specie di bibbia per lo standard della lingua letteraria».  

Qual è l’eredità più palpabile delle Prose di Bembo? 

«L’eredità dell’opera in questione è estremamente tangibile: riportando l’attenzione sui modelli, Bembo contribuì a fare sì che l’italiano in parte vi si cristallizzasse. Non penso sia utile rintracciare la fortuna di singole scelte ascrivibile alle Prose: piuttosto, come dicevo, la salvaguardia, attraverso l’esemplificazione, dei più illustri modelli letterari in volgare ha permesso che questi continuassero a essere fruibili, contribuendo a tenerli in vita nell’uso, anche comune, della lingua scritta».  

Federico Pani

Una versione ridotta dell’articolo è comparsa sul Piccolo di Cremona del 7 giugno 2025.

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