Medioevo: altro che secoli bui. Tante credenze da smentire

«Medioevo da non credere» si intitolava il trittico di Alessandro Barbero per l’edizione 2013 del Festival della mente di Sarzana. In quel ciclo lo storico sfatava tre miti sul Medioevo: la diffusione dell’idea che la Terra fosse piatta, la paura dell’anno Mille e lo ius primae noctis. E però, sul modo in cui ci immaginiamo il Medioevo resta ancora parecchio da fare. Dieci secoli, dalla deposizione di Romolo Augustolo (476 d.C.) sino all’approdo dell’equipaggio di Cristoforo Colombo a Hispaniola (1492); dieci secoli abbandonati a visioni di segno opposto: da un lato, un passato mitizzato («Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, / le cortesie, l’audaci imprese…»), buono anche per gli uffici turistici; dall’altro, un concentrato di oscurantismo, superstizione, violenza e barbarie. In particolare, quest’ultima e poco lusinghiera concezione trova ancora un grande riscontro sulla stampa: robe da Medioevo, secoli bui, mentalità medievale; come se l’Età Moderna o il Novecento fossero stati esenti da massacri, tremende ingiustizie e follie collettive.

A ricordare quanto poco la verità storica condivisa sia presente sulla stampa (ma anche sui social) pensa ora un libro, «Medi@Evo. L’Età di mezzo nei media italiani», Salerno Editrice. L’autore è Marco Brando, giornalista dalla lunga esperienza (ha lavorato all’Unità, al Corriere della Sera e del Mezzogiorno, a City e in altre numerose testate). All’attività giornalistica di indagine e cronaca, Brando ha affiancato un’approfondita attività divulgativa sulla storia. Le credenziali che certificano la scientificità del suo lavoro sono solide: è socio ordinario dell’Associazione Italiana di Public History, della Società italiana per la Storia medievale e della Società italiana di Didattica della Storia. Aggiungiamo che «Medi@Evo» è stato preceduto da due libri dedicati ai miti e alle false credenze su Federico II di Svevia. In «Medi@Evo» Brando passa in rassegna una miriade di casi giornalistici che esemplificano la visione stereotipata del Medioevo sui grandi mezzi di comunicazione. Abbiamo avuto l’occasione di rivolgerli alcune domande.

Perché ce l’hanno un po’ tutti con il Medioevo e non se la prendono, invece, con l’Età Moderna, nella quale pure non mancano episodi di massacri e periodi di oscurantismo, come a seguito della Controriforma (Inquisizione compresa)?

Per diverse ragioni. Innanzitutto, il Medioevo è un’età ben più lunga dell’Età Moderna, 1.000 anni contro poco più di 300; ed è un’età in cui le fonti sono più disperse. Non che manchino le fonti, ma risultano o meno conosciute al grande pubblico o meno numerose rispetto alle epoche storiche successive, nelle quali si addensano le testimonianze anche in seguito all’invenzione della stampa. Ciò presta il Medioevo a essere un’epoca soggetta a manipolazioni, soprattutto nell’immaginario contemporaneo, che ne fa periodo o di cavalieri, fate, dame, maghi e giullari, o di tortura, peste, fame, e caccia alle streghe, che pure non è medievale (risale, appunto, all’Età Moderna). Lo stesso nome, Medioevo, e la sua periodizzazione hanno giocato un ruolo non da poco: furono invenzioni a opera degli umanisti, usate assai anche dagli illuministi in senso deteriore, nel senso che a quei secoli furono attribuite nefandezze e arretratezza. In un certo senso, il Medioevo si mostra sin dall’inizio adatto all’immaginario contemporaneo, che ne ha consolidato gli stereotipi tramite film, serie tv e romanzi.

Il ricorso allo stereotipo del Medioevo come secoli bui pare ormai essere entrato stabilmente nel novero dei più logori tic verbali giornalistici. Che cosa si può fare per sradicare questa abitudine?   

Sarebbe materialmente impossibile riprendere i giornalisti ogni qual volta commettono degli strafalcioni sul Medioevo. L’intervento andrebbe fatto a monte, cioè nella didattica scolastica e nella formazione dei docenti. Mi è capitato spesso, presentando il libro nelle scuole, di scoprire come siano ancora insegnate credenze smentite da tempo; ad esempio, l’esistenza della piramide feudale, uno schema che si attaglia a una narrazione semplicistica; ma che è falso e porta con sé altri stereotipi. Lo storico Antonio Brusa ha parlato a riguardo di un «curricolo nascosto» dei docenti, una specie di automatismo nell’insegnamento, a cui contribuisce il conservatorismo della manualistica scolastica. Poi, c’è la questione della formazione dei giornalisti: da un lato, nei master principali si studia quasi soltanto la storia dalla Seconda guerra mondiale in poi; dall’altro, manca anche l’insegnamento del metodo storico, dove la verifica delle fonti – come dovrebbe accadere anche nel giornalismo – è un’attività centrale. Infine, va detto che la maggior parte dei professori universitari, sicuramente solerti nel loro lavoro, fatte salve delle eccezioni (come Barbero, che però non lavora più in università), esita, per dire così, a uscire allo scoperto. Non parlo qui della cosiddetta «terza missione» (gli impegni divulgativi dei docenti al di fuori dell’università, ndr): bisognerebbe che gli storici di professione intervenissero attivamente nel dibattito pubblico, soprattutto quando la storia viene falsificata intenzionalmente, spesso a scopo identitario e politico.

Il Piccolo di Cremona, 5 aprile 2025

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